VOCI DELL’IMBRUNIRE
SALVATORE PICCOLI
Dedicato ai giovani
d'ogni tempo di Castagna
morti nel fiore degli anni
NESSUNO FECE IN TEMPO A DIRE ADDIO
Nessuno fece in tempo a dire addio
La finestra
La libertà
Piccoli tesori celati
Un amore difficile
Salotti
La partenza
Un amore
D'improvviso Milano
Un vuoto immenso
Nessuno fece in tempo a dire addio
La vita ci rubò al sogno con tale rapidità da lasciarci senza fiato.
Ma quali sogni potevamo noi covare dentro cuori adolescenti in un angolo di mondo perduto, lontano dai fermenti dei mitici "anni 60"?
Sordo ad ogni eco: era un mondo rattrappito, incapace di srotolarsi e le sue potenzialità castrate. Non facemmo in tempo a definire i contorni della nostra identità, tesi com'eravamo a disegnare un futuro fatalmente lontano da quei luoghi.
Eppure i sogni li avevamo. Anzi, dentro di noi, in quei miseri borghi, sotto l'aridità di quella terra, c'era qualcosa in più del sogno dei tempi.
Quell'identità che ci pareva imprendibile e i cui contorni sfumavano nella noia, in realtà ci avvolgeva vischiosa, pesava su noi come peccato originale: l'identità di chi non può morire dove nasce. Il nostro esistere, la nostra natura, il sogno di noi stessi erano caduchi. Noi avevamo il diritto di coltivare i fiori del giardino. Il nostro patrimonio sarebbe stato devastato, la nostra anima calpestata, i nostri sogni spezzati, i pensieri divelti e poi svuotati. Tutto ciò nel disegno mostruoso di un'omologazione assoluta ai valori della civiltà del consumo. Saremmo diventati numeri, i nostri ingenui sospiri di giustizia, i nostri fragili progetti di cambiare il mondo iniziando dal nostro mondo, facilmente soffocati, fatti a pezzi come noi stessi scagliati ovunque: schegge.
Dispersi, persi ad ogni speranza di ricomposizione siamo oggi prese del conformismo imperante al punto che, a volte, in un impeto irrazionale di povero orgoglio nell'affermazione di un "io sono" già ambiguo e deformante guardiamo al Sud come se ci fosse alieno e remoto, in un goffo tentativo d'identificazione con la cultura egemone e i suoi voraci mentitori.
È la notte di Natale! Questi pensieri mi fioccano in testa come il gelo, come questa neve chi si posa e si disintegra senza rumore sulle fiamme che mi stanno davanti. Natale: il mito eterno del ritorno.
Ma sono rivolgimento repentino nella coscienza e nello spazio il vociare allegro e il calpestìo tambureggiante dei ragazzini che dai vicoli spioventi del paese fluiscono come ruscelli disordinati nella piazza, dove pulsa lo smisurato cuore della "focara".
Intorno al grande fuoco uomini muti e bui, meditabondi come se parlare fosse sacrilegio. Anche il nostro gruppo tace, vinto da un'aria grave ed arcana: un silenzio quasi religioso. Ed ecco leste le prime donne che vanno in chiesa, coperte da neri, pesanti scialli e con la testa china sfidano il freddo e l'ora. Qualche madre tenta invano d'agguantare il proprio figlio per sottrarlo alla rigida notte e condurlo al tepore della S.S. Messa, ma i bimbi felini sgusciano via. Piano piano la disordinata processione s'infittisce: in fila indiana dalle nere, impenetrabili ombre dei vicoli, spuntano, silenziose e minuscole, figure curve che il tempo e gli addii hanno modellato. Esse prendono vita stremate sotto la sfocata luce di lampadine esauste e alzano il capo al chiarore delle fiamme. Non v'è un uomo che varchi il sacro portale: "cose di chiesa cose di donne"!
Così attorno al fuoco qualcuno comincia a parlare. Un vecchio con una piega sulle labbra ed incurvato come se portasse pesi antichi accenna racconti di altre età, epoche che paion perdute come chimere, forse non toppo lontane: molte cose sono mutate, molte sono rimaste eguali a se stesse. Ascoltiamo fingendo indifferenti, indolenti, ma sottilmente la magia delle parole e delle fiamme ci consuma e i nostri pensieri rimossi prorompono nella coscienza.
Ripenso ai primi brucianti perché che mi piovvero dentro quando, quasi bambino, sentìi parlare alcuni vecchi stranamente vestiti e le loro parole avevano un suono curioso che mi innervosiva. Dicevamo: "...mherica". come era grande, come era bella. La gente con lo zappone sulle spalle e i pantaloni rattoppati, a bocca spalancata inseguiva con gli occhi rossi per la terra nelle ciglia sogni proibiti sui visi stanchi di quegli uomini senza capire, senza poter capire. Anch'io mi chiedevo cosa fosse "mherica", dove fosse, perché fosse. Mi chiesi mille cose senza capire, senza poter capire, le chiesi a "loro" e non me le spiegarono. I loro goffi e gonfi trasudavano amarezza e non lo capivano, delusione e lo negavano, erano tristi e li sforzavano di sorridere. Perché? Di notte mi tornava il tarlo e pensavo, ideavo città colorate, genti felici, eldoradi lontani, come per scacciare un incubo incombente.
Poi ad uno ad uno vidi partire i miei compagni e con la loro una parte di me si staccava dalla terra, si spezzava secca. Ma in questo loro andare cresceva in me testarda voglia di restare. E mentre la malinconia mi rode come una peste, come un uragano mi sommergono le risate degli amici. Ed è un susseguirsi di celie, mentre la notte si' irrobustisce e con essa più pungente si fa il freddo.
Gli ultimi anziani, raggomitolandosi, prendendo la via di casa, i bambini stendono le sciarpe sulle guance, tenuti ancor sù solo dai miseri cappottini, ma i loro occhi, rossi e vinti come una stanca utopia, si chiudono e si adagiano sui gradini gelati della chiesa: da lì li riprenderanno le madri dopo il "deo gratias".
D'un tratto ci accorgiamo di essere soli, soli e muti. Si vorrebbe parlare, ma mentre il calore del fuoco si attacca ai nostri petti e ci brucia la faccia, le spalle s'irrigidiscono per il freddo, come le parole incapaci di sciogliersi sulle labbra. La voce di un ubriaco, la voce singhiozzante d'un ubriaco, recita lontano una triste romanza alla bella morettina e torna l'allegria e il gelo pare svanire. Ma l'ubriaco passa: testa in giù e non ci vede, è già lontani, aggrappato a chissà quale muro, a chissà quale ricordo. E noi qui. Ci guardiamo e quasi senza parlare decidiamo di fare una corsa per le vie del paese come a ripopolare la nostra mente coi sogni di un tempo, quando bambini esploravamo ogni angolo, ogni anfratto del disadorno borgo. Ma dopo un pò ansimanti facciamo ritorno al fuoco, unica cosa viva. Qualcuno, come d'improvviso illuminato da quelle vampe, insinua nei ritagli dei nostri pesanti pensieri la pulce della fame. E si progetta l'assalto al pollaio del postino o alle conigliere di "Ndringhiti", ma lui è lì con noi ed emette un gridolino. Ridiamo.
Ma la libidine della gola ce l'abbiamo ormai dentro. e così ricordiamo che questo è il tempo dei maiali scannati: ognuno di noi si adopera per un pezzo di carne di morbida, umida salsiccia. E siamo tutti cuochi. L'odore intenso della carne sulle braci di sale lungo il corpo e ci sopravanza fin verso il buio cielo. Ora nevica e i morsi del freddo ci costringono a stare vicini e ci accorgiamo solo adesso che assieme al nostro gruppo ci sono altri visi, giovani e meno giovani, allegri e sorridenti.
E noi, contaminati dall'euforia e scaldati dal vino ci perdiamo in racconti dell'adolescenza, della nostra prima giovinezza, dell'esuberanza, del ribellismo frenetico, dell'inquietudine e dell'incapacità di accettare le regole del mondo che ci stava intorno e ci stringeva. Ed ecco storie di disperata noia, di bagni nel gelido Corace, nudi e infreddoliti, di spesso crudeli: ogni cosa; ogni piccola cosa ci bastava. Ma solo oggi capisco come fossero amare, dannatamente amare, le nostre burle al passaggio degli ubriachi e gli inevitabili sberleffi, le ironie.
Nelle interminabili sere d'inverno, nel buio angusto delle vie, scorrazzavamo divertiti e sanguigni, e quando dagli ingialliti vetri di finestre mal illuminate si scorgevano nella penombra profili di vecchi al focolare, stanchi con la testa persa tra le mani, schiacciati sulle sedie, piombava come catapulta sui fragili portoni un sasso scagliato con rabbia cieca e ci nascondevano ilari dietro gli angolo delle case per assaporare l'impotenza dolorosa di quei poveri vecchi a volte il loro pianto le parole tremanti, gonfie di tristezza ed ira che ci correvano dietro per tutta la notte, fin dentro il cuscino, ronzano ancora nella mia mente e i loro gesti poveramente minacciosi si celano sotto le mie palpebre. Forse era un sasso scagliato con rabbia cieca contro quel mondo per cancellarlo, ma oggi so a chi era diretto.
Comunque la crudeltà di quegli atti ci lasciava un inconfessato e profondo senso di colpa. Ma potevamo noi, in quelle sere, giacere come spiriti morti, sprofondare nel tedio? Dovevamo inventare qualcosa per esser sicuri d'esser vivi. Trovammo la soluzione. Con dieci lire compravamo una fialetta di benzina con cui bagnavamo i gradini dell'uscio delle nostre "vittime" e davamo fuoco, poi bussavamo sicuri di provocare situazioni strane o curiose. I primi esperimenti, infatti, furono gratificanti e spesso ci divertirono. A lungo andare, però, la "vis comica" s’infiacchì: un vecchietto che viveva da solo che ormai ci conosceva bene ci sorprese e ci smontò: apri la porta e con naturalezza, alla vista della fiammella, si scaldò le mani facendosi una grassa risata e rientrò richiudendo con ironici colpi di tosse. Ma la parola fine la scrivemmo a quel gioco quando arrostimmo la porta di mio zio.
Quanto tempo passavamo a parlare, parlare e parlare. A notte fonda per le strade c' eravamo soli solo noi e non volevamo andar via, le parole erano la nostra droga. Ci angosciava pensare di dover metterci a letto, ci prendeva come una febbre il male dell'esistenza, l'impotenza ci possedeva, vibravano le cellule del corpo ma ci vinceva la nausea di essere inutili a noi stessi e al mondo, volevamo ribaltare l'intero universo e non potevamo che "parlare". Sdraiati al sole, sopra le cocenti pietre agli argini del Corace, fumando "nazionali" costruivamo incoscienti un mondo diverso; tormentati dalle bufere di neve, incollati ai portoni di case cadenti fumando nazionali, costruivamo incoscienti mondi sempre uguali. Il tempo passava.
Non siamo più noi, o forse adesso solo adesso siamo davvero noi i dubbi, le paure, le incertezze. Dopo le scuole medie superiori iniziò il lento ed inesorabile esodo. La prima volta che ci ritrovammo era pure natale, ma come eravamo diversi da oggi! Energici, squillanti e freschi ci raccontavamo le esperienze, le espressioni su ciò che avevamo visto o vissuto a Roma, Torino, Milano o pisa. Sembrava che finalmente avessimo il mondo nelle nani. Ci sentivamo grandi ma incominciavamo solo a crescere, a misurarci con un mondo di cui avevamo immaginato solo l'esistenza, tra mille pregiudizi e complessi, e non capivamo, non potevamo capire che iniziava la fine della nostra identità e la sovversione dei nostri sogni. Mai più saremo andati al fiume, mai più avremo ritrovato i nostri sogni, avremo avuto altra droga che le parole. Non saremo stati mai più figli della nostra terra e non saremo mai divenuti altro.
Quella gente cosi formale, cosi diversa, cosi sicura di sè ci affascinava. Come era lontano il nostro piccolo mondo con le sue balbuzie, con i suoi timori e la sua povera gente. Lì erano gli uomini che dominavano la vita, da noi era la vita che ci passava addosso. Una contaminazione sottile ma costante ci allontanava dalle nostre radici e non ci avvicinava a nulla. Eravamo troppo immersi nella nostra cultura per poter assorbire tutto il nuovo, ma avevamo troppa voglia di libertà per rimanere ancorati ad un mondo immobile. E siamo uomini nuovi con una cultura vecchia o uomini vecchi con uno spirito nuovo.
Con i primi amori nati fuori dalle nostre menti abituate al sogno s'insinuava pian piano il senso nuovo dell'avventura, della materialità, dei nostri cuori si piantava il seme del piacere gratuito. Le grandi città disperdevano in mille rivoli l'impeto dei sentimenti cresciuto all'ombra di amori esclusivi e " stilnovicamente" sofferti, vissuti nel silenzio e nella solitudine. Ma le idee confuse e approssimative, disorganiche, che avevamo allora sui meccanismi sociali furono chiarite. I primi grandi movimenti di massa che vidi all'alba degli anni '70 mi sconvolsero. Ma la mia diffidenza, che mi trascinavo ancora addosso quale retaggio di un mondo chiuso e muto, mi spinse a guardare con distacco a quegli enormi cortei che percorrevano Roma. Solo quando capiì le parole dei loro urli, così simili a quelle che io custodivo in seno, riconobbi mia la loro rabbia.
Educato a credere da anni di silenzi e tedio, da schiene curve ed umiliazioni quotidiane che la morte vissuta ogni giorno a Castagna non fosse altro che l'epilogo fatale di colpe antiche, castigo divino, mi s'inondò il corpo di sudore quando compresi la verità.
Eppure questa lucida coscienza si appanna ogni giorno che passa con l'impassibilità di stringerci tutti insieme: dispersi, persi ad ogni speranza di ricomposizione. Alla sera per le strade di Castagna ci sono oggi altri ragazzi, altre droghe...
La notte è alla fine: m'accompagna fino a casa il gelido chiarore dell'aurora sull'uscio e vomito rabbia e vino sulle compatte trame della neve, già screziata dalle timide ombre del mattino, ma dura e fredda come un sepolcro.
LA FINESTRA
- Tutto ciò che è vivo porta un segno speciale dall'infanzia!-
Queste parole, lette nella penombra di una sera solita e solitaria, m'hanno riportato prepotenti echi di altre età. M'hanno risvegliato ricordi di un mondo ombrato dal tempo: presenze vaghe dentro me, impalpabili dolori di un'adolescenza. Segni che si credono perduti d'improvviso rimbalzano, come evocati, dai meandri della mente e si ripropongono vivi e presenti. Tracce che la polvere degli anni ha cancellato si scoprono profonde e lucide. Movenze ritmate con suoni riappaiono, riemergono disperate rabbia e dolcezza.
Pietro era straordinario.
Un giorno gli chiesero, in mia presenza, quanti anni avesse, rispose tredici.
Sentìi come abisso incolmabile la distanza tra lui e me: tredici anni!
Forse fu il suono duro di quella parola, forse fu il modo come lo disse, ma e me, che di anni ne avevo undici, sembrò un uomo, e forse lo era. Con i suoi minuti occhi neri pareva guardare al di là di quello che si poteva vedere, a volte mi perdevo nell'inseguire il suo sguardo. Non aveva un padre. Cioè non aveva un padre come lo avevamo tutti noi: il suo c'era poche volte, ma non perché lavorasse, solo perché aveva un'altra moglie e figli chissà dove. Pietro aveva quattro sorelle, cinque fratellini e la madre, povera donna che camminava lungo i muri. Era il terzogenito dopo due femmine. La sua casa era buco con un focolare dietro una decrepita scala di legno a pioli dove non entrava luce dall'esterno, anche a causa di una semicurva della parete. Questa scala, posta in fronte alla cadente porta d'ingresso, immetteva in una bassa soffitta dove finanche i bambini potevano accedere solo chinando la testa. Lì Pietro diceva di tenere una coppia di colombi bianchi che a volte liberava in volo da una finestrella e ad ogni suo fischio essi rientravano. Immediatamente a destra dell'ingresso c'era una specie di stanza la cui porta s'apriva a metà per causa dei letti ammucchiati l'uno contro l'altro. Pietro era un grande organizzatore ed un trascinatore. Ci portava al fiume e ci insegnava a nuotare come se egli fosse un esperto. Negli accaldati pomeriggi estivi, quando le vie deserte del paese erano bruciate dal sole e dal niente, ci radunavamo in segreto tra i muri cadenti di una vecchia casa abbandonata, dove la desolazione opprimeva senza pietà, ed in gruppo, dopo aver fumato in cinque o sei la stessa sigaretta, ci recavamo al fiume.
Attraverso gli orti fioriti, ove spesso saccheggiavano senza pudore, saltando oltre le siepi, correndo a perdifiato per i pendii, raggiungevamo il fondo valle dove triste scorreva il Corace. Camminavamo in fila indiana lungo gli argini aspri e spinosi di quella "fiumara" sfiorando le acque fredde e limpide.
Quando scoprivano un lungo adatto, con alacrità costruivamo rudimentali dighe per facilitare il ristagno dell'acqua ed aumentare la profondità, indi ci tuffavamo dopo avere sistemato i vestiti al sole. Dall'alto dei suoi tredici anni Pietro elargiva consigli ed ammonimenti con tono paterno, elogiando i più bravi ed incitando i più restii. Organizzava escursioni presso i ruderi dell'abbazia di Corazzo perché, diceva, se scaviamo troviamo il tesoro dei monaci, i preti, si sa, sono ricchi.- Egli s'arrampicava con agilità su quelle mura cadenti, talora, aggrappandosi temerariamente all'edera avvinghiata alle pietre, raggiungeva la sommità e ridiscendeva non senza batticuore dicendo con soddisfatto piglio: " così si fa!" Poi cercavamo le antiche grotte, attraverso cui, si narrava, i monaci raggiungevano le case del paese. Spesso ci ficcavamo con audace leggerezza dentro scoscesi antri alla ricerca di misteri, eravamo costretti a procedere carponi per l'angustia dei luoghi, sentivamo le ginocchia sul terriccio umido divenire molli, ma era il buio impenetrabile di quei cunicoli che ci dissuadeva dall'inoltrarci, era una gelida paura che ci tratteneva.
Pietro era espertissimo nel trovare nidi. Sovente prendeva le uova per farle covare alle galline con lo scopo di creare "uccelli ammaestrati". Una volta aveva preso a scuoiare un colubro per farsi una cinghia per i pantaloni. Era il senatore delle nostre scorrerie infantili ed il capitano della nostra squadra di calcio, quando sfidavamo i coetanei dei paesi vicini. Egli preparava la tattica usando parole come "stopper", "battitore libero" e " mezzapunta" e noi lo guardavamo a bocca aperta mentre continuava a parlare con gli occhi fissi al cielo.
Il nostro campo misurava ventotto metri di lunghezza e undici di larghezza e si trovava tra i castagni proprio sopra casa mia. Prima di ogni partita passava da me, mia madre era la sua madrina, e mangiavamo pane e salsiccia. Ma la nostra stagione sportiva finiva ad ottobre, quando si raccoglievano le castagne. La sua caratteristica principale, quella per cui ancora oggi è ricordato nel paese come una buffa leggenda, era di non avere stringhe alle scarpe. Portava estate ed inverno gli stessi scarponi, enormi e grotteschi, con la punta rivoltata e bucati. Quando batteva i rigori era la scarpa a partire dal piede, quasi sempre la palla restava immobile sul dischetto, lui diventava rosso e tentava di ridere farfugliando qualcosa di incomprensibile.
Lo chiamavano, ansi si faceva chiamare: Miranda, come il calciatore dei suoi sogni. Tutti noi avevamo rubato un nome al mondo del calcio: l'unico mondo di cui conoscevamo l'esistenza, l'unico mondo capace di proiettarci sulle ali della fantasia al di là dei recinti della nostra condizione. Facevamo delle partite lunghissime, di ore, a volte, d'estate, terminavamo che la luna era già alta. Pietro nei più grandi, negli adulti, provocava sovente il riso per la sua goffaggine, anche se, forse già, intuivo confusamente un dolore impenetrabile dietro ogni suo gesto, dietro ogni sua parola. Raccontava spesso storie strane ed incredibili, usava parole mai sentite, tutti ridevano, io restavo muto ad osservarlo ed una volta lui lo capì. Spingeva ai giovanotti come fare per conquistare le donne. Si vantava di leggere "gialli" e di averne un'intera collezione, nessuno ci credeva. Diceva di passare ore ed ore a leggere nella sua stanza: era a questa parola che la gente rideva.
Io lo immaginavo coricato a pancia in giù su qualche materasso posto nella sua soffitta, da solo a leggere come uno grande e un po’ lo invidiavo perché credevo che dentro i libri degli adulti ci fossero le risposte alle cose che non capivo, che vi fossero svelati i misteri dell'esistenza. Era vero: leggeva in soffitta, in quella soffitta dove non voleva che qualcuno mai entrasse, il suo mondo. Mi disse che quando saremmo diventati grandi mi avrebbe portato. Non immaginava quanto presto sarebbe diventato grande.
Di lui e della sua famiglia si diceva nel paese che fossero "poveri". Rimuginavano questa parola senza riuscire a definire i contorni precisi delle cose, mi pareva che fosse un peso che Pietro dovesse portare sulle spalle come una sorta di misteriosa punizione per dei crimini antichi. Sua madre quando veniva a casa mia se ne tornava con qualcosa sotto il braccio e non capivo mai cosa fosse. Un giorno notai "Lugo", fratello di Pietro, con addosso un vecchio paio di miei pantaloni. La cosa mi diede una emozione sconosciuta. Mia madre non mi volle dare spiegazioni. Iniziai così ad osservare attentamente anche la casa di Pietro alla ricerca di perché. Scoprii solamente che in quella casa a mezzogiorno la naturale vivacità dei bambini si tramutava in pianti materni. Qualcosa di terribile avvenne dentro me, strinsi forte i pugni in tasca e i denti e me ne andai fuggendo.
Avevo capito il significato della parola "tristezza".
Il padre di Pietro veniva un paio di volte alla settimana; scendeva dall'autobus delle quindici con una giacca a quadri marroni ed un paio di pantaloni grigi e larghi, mi sembrava una persona importante perché aveva lo stomaco grosso e nella mia mente di bambino chi era grasso era ricco. Mi chiedevo, quindi, perché non portasse i fratellini di Pietro con sé, dove stava lui. Recava sempre qualche pacco: era una festa per quella banda sporca e disadorna di bambini, ma non dormiva mai con loro.
Arrivava, allontanava temporaneamente i propri figli più piccoli, gli altri uscivano da soli se erano in casa, e si chiudeva dentro con la madre di Pietro. Dopo qualche ora li richiamava e dava loro dei cioccolatini, poi se ne andava a piedi.
Ed io lo osservavo passare, lo guardavo quasi di nascosto, se la rideva masticando un pezzetto di legno tra i denti. A volte mi parlava, mi accarezzava: - comparù come sta tuo padre?- Io non rispondevo. Lo vedevo scomparire dopo l'ultima curva del paese che era l'imbrunire. In fondo mi era simpatico. Una fredda mattina di novembre, mentre mi recavo a scuola, frequentavo la prima media, mi fermai un attimo sul muretto di fronte alla casa di Pietro poggiandovi la cartella pesantissima di libri, erano le otto. Pietro apparve sull'uscio mi vide, e mi disse, riempiendo la bocca di felicità:
" C'è papa, stanotte ha dormito qui!"
Al ritorno da scuola, a casa, udii mia madre parlare sottovoce con una donna, ma non riuscivo a capire cosa dicessero. Poi, dopo mie infantili ed ossessivi insistenze seppi che era morto il padre di Pietro. Mi colò una lacrima sul viso senza quasi accorgermene.
Non avevo il coraggio di uscire di casa. D'istinto pensai a Dio. Al catechismo la sera prima il " missionario" aveva detto che Dio vuole bene ai suoi figli, che quando sembra chiudersi una porta in realtà si apre una finestra, o qualcosa del genere, qualcosa, comunque, che mi parve fatta per quell'occasione. Ma la porta che s'era chiusa era un macigno. Come una sfida disperata pensando - adesso voglio veder che farai, Dio!- Scesi verso la casa del morto per veder quale finestra si sarebbe aperta!
La sorella maggiore di Pietro era in mezzo alla strada e urlava di dolore scagliando bestemmie a Dio e al Papa buono. Le bestemmie mi ferirono come coltelli perché ero, in fondo, certo che qualcosa sarebbe dovuta succedere: ne era certa la mia fede di allora! Era profondamente ingiusto quello che era accaduto, ci sarebbe stato di sicuro un miracolo, ed io ero lì per spiare le mosse di Dio. Ma ascoltando astutamente i discorsi degli adulti intesi che il morto non sarebbe stato portato in chiesa, come si usava per tutti, ma direttamente al cimitero. E c'era una parola, mai sentita che impediva che al padre di Pietro morto si dicesse messa: concubino.
Quella processione senza prete e senza croce rappresentava per me l'abbandono definitivo dell'uomo nelle tenebre, svelata ai miei occhi l'ottusità e lo squallore dell'esistenza, mi sentivo vuoto , mi sembrava che nulla avesse più senso: Dio non può esistere! Mi ripetevo, e la vita è un inganno ed io sono che un pazzo di carne senza ragione.
Era il crepuscolo, al cimitero andai anche io, tenendomi un po' in disparte, con in testa la certezza di odiare il mondo. Mentre si calava la bara in una fossa e un vento gelido piegava i cipressi e sparuti gruppi di persone osservavano con colpevole curiosità vidi Pietro che sorreggeva la madre cingendole le spalle con un braccio. Era davvero un uomo: per la prima volta lo vidi più alto di sua madre, lei era improvvisamente diventata minuscola e vecchia. Tremavo. Non solo per il freddo che ormai aveva allontanato anche l'ultimo curioso. Tornai a casa con passi pesanti e mi misi a letto. Pochi giorni dopo Pietro mi venne a chiamare a casa e mi portò a casa sua. Mi fece salire sulla scala che portava in soffitta. Camminavo carponi in direzione di un materasso, sopra il quale ci sedemmo. Accanto a questo giaciglio c'era una specie di comodino, come nelle vere stanze da letto. Dopo un attimo di silenzio mi chiese se volevo i suoi gialli, risposi che volevo solo vederli. Mentre il mio sguardo indagatore si posava su due piccioni raggomitolati, accasciati e sofferenti, Pietro aprì lo sportello di quella specie di comodino e caddero dei libri sgualciti e unti, uno mi sembro più nuovo; mi attrasse quella copertina così lucida e gialla mi parve il coperchio di uno scrigno. Avidamente lo apriì: vergate d'inchiostro rosso alcune righe parevano posate in fondo alla pagina, non so per quale recondito istinto lessi ad alta voce:
“ Oggi è morto mio padre...” Mi si gelarono le labbra, poi ripresi trattenendo con forza le lacrime - m'è caduto tra le braccia mentre si faceva la barba... -
Richiusi il libro e non mi usci una parola di bocca. Ma Pietro non era più vicino a me, stava trafficando con i piccioni, aveva aperto la finestrella e li spingeva fuori. Finalmente andammo via, la scala di legno che sorreggeva i miei passi nello scendere mi sembrò interminabile. Quella sera dietro il cimitero fumammo, come per lacerare un lenzuolo di nebbia che ci avvolgeva. Pietro aveva un intero pacchetto di sigarette, capì il mio stupore e disse che ormai lui era diventato una specie di "capofamiglia" e che presto sarebbero tutti partiti per Torino. Torino! Un posto dove tutti lavoravano e nessuno era povero. Era questa la finestra?
LA LIBERTÀ
Era inverno, la neve caduta rendeva i tetti delle case simili a lenzuola. Abbracciavo con lo sguardo quasi per intero il paese e il suo perimetro irregolare.
Castagna sembrava un grazioso presepio, col campanile in bella vista, macchie nere i muri delle case. Le stradine parevano fili di un intricato gomitolo e tutto era muto. La facciata anteriore della chiesa dello Spirito Santo, con la sua stanca geometria, spiccava nera e dolente, silenziosa e ossessiva in mezzo a quel biancore
"ma quale Dio! Una bomba e tutto sarebbe finito... sembra un cimitero".
Ma era quello il mio paese! Ma cos'è la libertà se non l'emozione istintiva, l'impulso, l'intuito geniale di un attimo?
Poi vi fu calma piatta nel mio cervello e, mentre cercavo di ricordare cosa facessi su quella collina con quel freddo nelle ossa, le voci allegre delle ragazze mi trascinarono nella realtà e una palla di neve in testa mi scosse definitivamente.
Ci si divertiva quel pomeriggio, con guanti e sciarpe, ci si rincorreva e si cadeva sul soffice tappeto, si rideva. Il respiro si materializzava nell'aria disegnando scie luminose, la gioia come d'improvviso mi spinse dritto a terra, sulla neve. Che fresco nel cuore! Urlai libertà col corpo, masticando neve, con la testa grondante neve. E si giocava tra gli alberi umidi sotto un cielo bruno e all'orizzonte un sole rosso e lontano come un'utopia. Si cantavano romanze senza tempo, senza parole, col suono dell'infinito.
Si ballava ad una musica dolce, ci si stringeva con desiderio. Struggenti e remote, parole antiche d'amore sfioravano i pensieri ma non osavano varcare la soglia delle labbra, erano ricacciate indietro e compresse: - come sono vuote le donne - pensai
- ridono sempre come cicale."
Nessuno saprà mai quel che si agita nel petto di un uomo, quando tutto quello che gli si muove intorno non è che vano; quando un'amara solitudine è già dentro le cose a che serve avvicinarle? Fuggiranno!
E sentii di nuovo freddo. Fu un attimo: scacciai i brividi con la mente.
Le note penetravano nel cervello, gli occhi si chiudevano e apparivano immagini cristalline, strane e cromate. Poi dai rami appesantiti cominciava a cadere a pezzi la neve, mentre qualcuno scuoteva gli alberi più giovani sulle teste incappucciate ed ignare. Si rideva. Si costruivano pupazzi enormi e si ornavano con le sciarpe strappate dal collo delle ragazze, con capelli, con sigarette accese. Su rudimentali slitte si andava a zig - zag tra i castagni e i ruzzoloni non si contavano. Ma neppure gli abiti inzuppati bastavano a debellare quella noia. Il deserto della mente era sconfinato nello spazio intorno, il vuoto occupava le distanze, si stagliava piatta una prigione che aveva per catena l'infinito inerte. A chi parlare? L'uniformità e lo squallore angosciavano, le risate erano lacrime nell'oceano.
Un freddo più gelido cominciava a sferzare i visi e il ritorno a casa si faceva più vicino, pur aggrappati all'ultima luce dal crepuscolo come ad un'ultima vita. Feci un'ultima corsa, non ricordo a rincorrere cosa. Ricordo solo che i miei piedi sfondavano le neve e mi stancai. Raggiunsi poi gli altri sulla strada sfinito. Non erano ancora le sei di sera ed ero già di nuovo fuori dopo cena. Una lunga strada buia ed un'aria polare mi accolsero: era quella la mia strada, era quello il mio paese.
La neve, già dura sotto le suole, aveva perso il candore. Le minuscole lampadine appese a scheletrici pali neri proiettavano a fatica un giallastro cerchio di luce che si perdeva nel buio, mentre quelle ciondolanti da arrugginiti e squallidi sgorbi di ferro appiccicati agli angoli delle casa schiarivano con timidi bagliori danzanti solo i muri pietrosi.
Non c'era un'anima.
Ghirigori di fumo si disegnavano sui tetti: unica traccia di vita.
La parola libertà che mi ronzava in testa cominciava ad assumere connotati strani.
Presi a discendere i vicoli, con prudenza, e ad ogni passo piombava nella mia mente un nome, un amico partito e mai più rivisto. Queste case vecchie e abbandonate, queste strade deserte sarebbero vive se solo ci fosse qualcuno in più. Ma i miei amici erano liberi di andare, e sono andati. Liberi!
E intanto cominciava a piovere, pian piano la neve si scioglieva e i vicoli diventavano fiumare, l'acqua rodeva la creta di antiche pietre, i lampi scioglievano in interminabili attimi speranze di luce, i piedi erano inzuppati. Riparai sotto un portone e poi sotto un arco ed osservai l'acqua passare: nera, sporca, singhiozzante. I miei capelli bagnati s'attaccavano ormai alle tempie e le gocce mi rigavano il viso.
Ma d'un tratto, come un lampo nella mente, capii la parola "libertà".
Significava rimanere dov'ero, spezzare le catene che trascinavano via.
Libertà era dire no ai canti di sirene lontane, ad ogni costo.
Partire voleva dire soggiacere al disegno terribile di chi voleva spopolare quella terra, di chi la voleva quieta come uno stagno, chiusa su sè, torbida ed immobile.
Restare significava lanciare un sasso, anche solo per guardar i cerchi nell'acqua. Ma tra il buio ed il diluvio non compresi se quei pensieri fossero temerarietà o coraggio, o semplice coscienza.
Venne poi l'estate.
Percorrevo le stesse vie abbracciato ad un caldo rovente.
Osservavo i raggi del sole infilarsi tra le crepe dei muri a stanare lucertole, mentre rumori ovattati, come tamburi lontani, giungevano dai boschi. Sulla strada statale si sentiva il "piroliro" del pullman che riportava i "turisti" dal mare.
Essi popolavano per un pò lo spiazzo commentando e vociferando, lasciandosi talvolta sfuggire improbabili suoni nordici dalle labbra increspate.
Sudati e traballanti, ma visibilmente soddisfatti:
" sono venuto in Calabria e non vado al mare?",
si disperdevano alteri trascinando ombrelloni e inciampando nei sandali.
Qualche cane errabondo li osservava curiosamente ed essi mimavano imbarazzati goffi gesti d'indifferenza e l'animale, disincantato, esso davvero, cercava riparo al caldo camminando contro i muri. Le scarpe di gomma dei bambini s'attaccavano sull'asfalto arroventato provocando rumori molesti.
Gatti pigri sonnecchiavano sui gradini delle case, ai piedi di vecchie donne sedute all'ombra del proprio uscio con fazzoletti in testa, ed il sole picchiava.
Passai dritto masticando pensieri.
Mi recai alla fontana di "pecoraro" e calai la testa nella vasca , mentre una turba di ragazzini in canottiera passò correndo.
Quanti ne resteranno? Mentre il tedio cuoceva la mia libertà.
PICCOLI TESORI CELATI
Gelo e buio ai margini del bosco, ci stringiamo nelle vecchie giubbe aspettando la luce del mattino. Qualcuno vorrebbe ancora restare seduto nella macchina, ma l'ansia di tuffarci nelle immensità silvane trascina anche i più sonnolenti a sopportare a denti stretti il freddo, pronti a cogliere i primi bagliori dell'alba per disperderci nei boschi senza fine della Sila, alla ricerca dei funghi.
Gli anziani, nella loro consumata esperienza ci osservano con paternalismo, mentre l'odore acre del trinciato riempie l'aria. Ed una febbre ci pervade. Indicibile è il tremore dell'attesa e ci abbraccia la nervosa impazienza di traversare quelle terre arcane e solitarie, di scavare nelle profondità delle foreste in piena, completa libertà, con cuore ed occhi spalancati. Fumiamo anche noi per ingannare il tempo e, nella penombra stuzzichiamo i vecchi.
Finalmente il giorno appare, quasi a fatica, velato: le foglie dei faggi ci posano sui capelli gocce di rugiada mentre c'immergiamo nel bosco. Adocchio presto un colle, invitante e smeraldino, stringo il paniere ed il bastone ricuperato ai bordi della strada e parto all'avventura. Fluenti e maestosi i numerosi faggi paiono stritolare i pochi e giovani pini. Ed ecco il primo porcino, umido e tozzo, poi altri ancora più minuti ma sodi.
Procedo lentamente per l'erta ed il sole fa capolino. In cima al colle mi siedo e fumo, osservo le valli ondulate e l'orizzonte, il cielo e le lontananze: mi vien voglia di urlare.
I pini, ora alti e robusti, svettavano contro l'azzurro e a guardarli mi viene il capogiro. Poi voci come soffocate mi giungono e mi sorprendono, mi provocano il batticuore, tendo l'orecchio e le riconosco: sono alcuni dei miei compagni dall'altra parte della vallata, che strana eco! Riparto lungo un sentiero erboso e cento e cento tipi di funghi mi fanno cornice, ma non vedo porcini, sento solo un leggero vento carezzarmi la faccia, è un sollievo con questo sole ormai maturo.
D'improvviso mi si para davanti un forte bosco di giovani faggi, alti e sottili. Ritengo che sia meglio cercare di evitarlo, ma sembra piuttosto esteso: devo entrarvi. Ora si sente il crepitìo delle foglie sotto i miei piedi, ora vedo splendidi fiori rossi spuntare qua e là, in quest'umido sottobosco. Non vedo il cielo, sembra sera, o un dolce imbrunire, il sole fende a rari tratti i fitti rami solo con i suoi raggi più audaci. Ho quasi tremori di paura ed affretto il passo. Inciampo sovente col corpo su rami secchi e cadenti, devo fare attenzione agli occhi, eppure riesco a scorgere due grossi porcini che aspettano solo me. Lento, quasi circospetto, mi avvicino con la segreta speranza di vederne altri e frugo col bastone sotto le foglie: nulla più.
All'improvviso un fragorìo violento mi scuote, mi giro d'istinto e una lepre come una furia quasi mi viene addosso nella sua forsennata corsa verso l'alto. Tiro un sospiro di sollievo, riprendo fiato, raccolgo i funghi e cerco uno spiraglio. A malapena riesco a districarmi, ma ce la faccio a lasciarmi alle spalle il fitto, evitando con una piroetta l'ultimo ramo che m'impedisce il cammino. Finalmente respiro. mi stropiccio gli occhi ancor velati dalle tele tessute tra ramo e ramo dai mirabili cacciatori di mosche e getto lo sguardo davanti a me. Davanti a me una valle di verde che pare dipinta all'infinito.
Resto immoto: con gli occhi percorro i confini del prato, segnati da maestosi faggi, e la luce sembra un dono che non ha confronti. Nella piega della valle una linea d'argento riflette con giochi d'acqua i colori del sole: un limpidissimo torrente baciato da luminose venature d'erba alta. Oltre il corso d'acqua, a risalire faggi solitari come titani ostentano superbi ombre compatte che macchiano il verde tenue dell'erba.
Si ode un silenzio che pare venga dal cielo, azzurro senza limiti. Ho quasi pudore a calpestare questo fresco tappeto, ma la sete m'impone di correre giù: l'acqua chiara è un invito seducente. Mi distendo a pancia in giù e i sorsi non li conto.
Poi mi sdraio col viso in fronte all'azzurro. Ora i contorni dei faggi paiono sfumati, ora gli stessi faggi paion lontani, imprendibili. Mi incammino su per il declivio senza molta fretta, senza molta fatica, ma è lo spettacolo della chioma dei faggi che m'inchioda scagliandomi addosso come un sogno lontano e fumoso: ”Tityre, tu patulae recubans sub tegmine fagi...- Parole che un giorno qualcuno fu capace di renderci odiose e che ora splendono dentro di me come la luce del giorno.
Come un richiamo a giorni perduti, questi versi aprono il cuore alle cose che non capimmo, ma che ci sono rimaste dentro pronte ad esplodere come bombe a tempo di malinconia. Ed ecco nella mente scorrere come celluloide immagini morte di anni come lampi che mi lasciano incredulo della vita e del suo fluire al pari di quel rio che non immagina neppure che ci sia il mare. Anni feroci che mi viene un brivido a solo pensarci, a tale distanza di tempo e di luogo, a tale distanza di coscienza soprattutto.
Il gioco crudele del gatto col topo era uno scherzo in confronto ai metodi inauditi di certe professoresse. Come posso scordare nella scuola media, nella prima media, di essere stato castrato nella mia disperata voglia d'imparare da una "Modesta de Lorenziis" che veniva dalla sua "nobilissima" città di Catanzaro in quella scuola di quel paesino sperduto dove l'odore delle vacche riempiva l'aula e i pantaloni rattoppati eccitavano il riso di quegli strani personaggi che dovevano chiamare "professori". Come quel tal Gaetano, di cui mi sfugge il cognome, docente, udite, udite, di applicazioni tecniche, che godeva di chi sapeva esprimersi solo con parole povere, come amava dire lui, soffermandosi libidinosamente sul - povere -.
Come posso scordare in quel " Fondachello" la mia prima interrogazione in latino? Declinai, coniugai e tradussi senza esitazioni, esattamente come il mio compagno: lui pigliò sette, io cinque! Puntandomi il dito contro come un'arma, e toccandosi con l'altra mano gli occhiali d'oro, Luzzi Noemi disse che non si fidava della mia faccia e poi ero di quel paesino, come si chiamava? Ah Castagna! Figurarsi, avevo risposto a caso!
Forse non l'avevo aiutata a mettere il cappotto, nè le avevo mai aperto lo sportello della macchina come spesso facevano molti dei miei compagni, questo invece io pensai. Eppure incontrai anche chi capiva di me ogni gesto, ogni tensione del cuore, incollandomi nel cervello solo due parole: forza morale! E mi parlava di Ulisse e della sua Itaca lontana ed io capivo che mi parlava anche della mia che come lui avrei fatalmente raggiunto.
Ed ecco come valanga piombarmi addosso altri fremiti di allora.
Si accavallavano volti e nomi, si stagliano contro il cielo i fiori mai colti, si incollano sulla fronte i dolori, ma era un mondo magico: ogni giorno nuove speranze, ogni giorno nuove parole incorniciavano i miei quaderni. Ma d'improvviso mi accorgo che non esiste più niente che mi leghi a quel tempo, che i volti e le figure di allora mi sono lontani, estranei, se li ricerco, se li rivedo, se parlo con loro sento che un filo è irrimediabilmente spezzato, che le loro parole e i loro gesti sono parole e gesti sconosciuti. Ed anche allora com'erano diversi da me! Così lontani, in fondo, dal mio mondo, dalle mie selvagge e disperate risa che celavano un pianto mai pianto, così distanti dal mio piccolo universo fatto di fughe nei quaderni e di parole consolatrici ed amare che rotolavano da mani tremanti su fogli dispersi al vento, sconosciuti anche a lei. A lei che oggi appare come se fosse lontana mille anni, in una dimensione di cui solo si sa che esiste:- ma tu per me eri avvinta ad un gabbiano silenzioso e possente che volteggiava beffardo su oceani troppo grandi e luminosi, come avrei potuto? E mi sorridevi, ed abbeveravo sogni, perduto in un angolo, come fiori che non sarebbero mai sbocciati -.
Tutto è andato, il tempo ha asciugato le lacrime, non fremo più. Solo questa solitudine può farmi vacillare. E cammino a passi lenti lungo le rive, tra l'erba alta e l'acqua mi scaglia raggi di sole negli occhi. Piano piano i margini si restringono quasi a strapiombo, sottile si fa il ruscello: è solo un filo quando scompare sotto la coltre di foglie portando con sè in qualche abisso i miei pensieri. E sono di nuovo nel bosco. Ma è dolce. Brevi radure a intervalli regolari fanno lieto il cammino ed in più sembra il posto ideale per porcini. Infatti protuberanze arrotondate di un chiaro marrone s'intravedevano sotto le foglie e nell'erba bassa: come gemme seminante da una cieca fortuna questi funghi si offrono spregiudicati a me, vagante come uno stanco istrione su tali vibranti palcoscenici. Piccoli tesori celati, povere ricchezze sommerse, i funghi danno sollievo ai magri bilanci familiari di molta gente, e per questo che il loro tempo è atteso con impazienza. Il loro mercato è florido: camion - frigorifero attendono spesso sulle statali chi dal bosco, coperto di sudore, reca saporosi frutti per le sofisticate mense di Roma e Milano. Ora cammino più lesto, ho un accenno di fame e mi accorgo con stupore dell'ora. Mi fermo e mi guardo intorno cercando di capire da che parte andare, intorno solo verde e azzurro. Mi dirigo decisamente verso la cima di un colle. Sono stanco, sudato, evito di arrampicarmi in verticale e procedo sul fianco del colle seguendo una specie di stretta pista che sale dolcemente e sento l'odore antico degli asini rimasto sospeso tra l'aria e la terra. Non scruto più il terreno, getto solo qua e là distratti sguardi.
Il sottobosco brilla di felci, ogni tanto s'apre l'orizzonte, ma la cima non è poi tanto vicina. In lontananza appare una specie di cupola verde emergente da un canale, mi avvicino cauto come avessi paura del vento: il verde è umido muschio avvinghiato ad alcune rocce dalle cui fessure sgorga limpida acqua. Metto giù il paniere e mi siedo stuzzicando col bastone i ristagni e le pozze. Poi tornò alla realtà ed è fame. Tiro fuori la soppressata e una dura scorza di pane che bagno sotto lo zampillo, dopodiché lascio ampia libertà ai denti. Riprendo con più forza il cammino.
Ora gli alberi si diradano, rocce nere, grandi, immense mi si fanno intorno, eccomi in cima, dove ancora una roccia enorme mi sovrasta, una roccia con una strana linea a zig.zag in mezzo. Non so perché ma faccio scorrere l'indice su questo segno e mi accorgo che si tratta in realtà di due rocce sovrapposte che coincidono perfettamente. Ma chi e perchè ha sollevato questi massi? Dove sono finito? Mi guardo attorno e vedo altre pietre, più piccole, che paiono spuntare fuori dall'erba con una disposizione inquietante, circolare, mi tremano le gambe, forse ho paura. Mi allontano un pò e giro lo sguardo alla ricerca di qualcosa che mi faccia riconoscere il cammino del ritorno. Sotto di me all'improvviso un cielo basso e intenso, un pezzo di cielo come si fosse capovolto il mondo, barcollo, riguardo le pietre col cuore che batte, riguardo giù: è il lago! Non è proprio vicino, ma è una promessa certa. Sono quasi arrivato, sento già il rombo delle macchine, la strada sarà vicina. Di colpo sento il peso del paniere colmo di funghi, mi siedo un attimo. Di fronte a me mille boschi dove le scure macchie dei pini tra il delicato verde dei faggi paiono profili di uomini che urlano, e s'alza un debole vento.
Discendo veloce, ho una sensazione di paura come se mille voci mi chiamassero. Sono a valle. Luccica un ruscello tra i giunchi. Bevo e riflesse nell'acqua vedo lotte e battaglie, odo spari e grida, parole incomprensibili e struggenti. Rialzo la testa e tutto svane nel silenzio. Mi sento stanco ma cammino a passi lesti. Sento campane trillare con violenza: sono armenti. Sento gridare: è un giovane mandriano che si fa compagnia con l'eco. Mi scorge dall'alto, mi fa un fischio e d'un balzo è accanto a me. Lo guardo, ha il viso scuro e gli occhi neri, mi parla come se ci conoscessimo da sempre, poi alza il bastone ed urla parole minacciose ad un vitello, poi sorride e mi scruta, cammina al mio fianco. Infine si fa coraggio e mi chiede una sigaretta:- stamattina ho scordato il tabacco sul tavolo - mi dice, mi saluta con una pacca sulle spalle ed è già volato via.
UN AMORE DIFFICILE
Una fitta pioggia cancellava l'orizzonte al di là dei vetri, mentre, lenta, a fatica, la mia vecchia "850" arrancava sull'asfalto bagnato ed un'angoscia da claustrofobia riempiva la mia mente. Lunga ed ossessiva era quella strada, come meandri senza fine, percorsa con ritmo monotono. Niente da secoli poteva turbare quello stanco spettacolo: una scenografia immobile e stinta.
Volli scuotermi per eludere una contaminazione gelida, di morte. Così mi creai nella testa dolci immagini di fanciulle tremanti che coi capelli bagnati e coi vestiti leggeri sotto quel diluvio mi chiedessero un passaggio, gustando col pensiero illusori visi carichi di pathos ed occhi arrossati che avrei veduto tornare al sorriso. Ma poi al sorriso, ironico, tornavo io verso me stesso e svaniva nel grigio ogni colorato sogno.
Ma l'erta era ormai alla fine: pochi minuti ed il Reventino avrebbe perso la sua asprezza. Ed infatti oltre il passo di Acquabona non solo la macchina respirò. S'aprirono varchi tra le nuvole e apparve un altro mondo: mutò l'orizzonte. Si scorgeva lo scintillìo del mare dall'alto, le brezze calde della corrente del golfo di Lamezia giungevano fino a me, il sole, sebbene basso all'occidente, carezzava l'azzurro con riverberi purpurei e il cerchio dell'iride s'abbeverava come un enorme cavallo dorato: Nicastro era a due passi.
Vi entrai per la vecchia "109", angusta per le case a precipizio, ma ornata da officine e botteghe antiche, da motocarri screziati dalla ruggine, da macchine impolverate che parevano abbandonate lì, dimenticate da tempo.
Mi fermai in piazza d'Armi. Ormai l'ultimo sole penetrava a stento l'aria umida, ma attraverso i vetri della macchina scaldava ancora. Per questo decisi di aprire un pò il finestrino. Mentre mi piegavo sul fianco destro vidi una ragazza ferma sul marciapiede. Non riuscivo però a scorgere il suo viso, così rimisi in moto la macchina come per sistemarla meglio e mi piazzai di fronte a lei senza pudore.
Ella aveva seguito questa mia strana operazione e quando i nostri occhi s'incontrarono sorrise lievemente ed abbassò la testa. Continuai a guardarla: aveva capelli ricci e lunghi, chiari, una figura minuta, un viso cui i delicati occhiali davano un'espressività che mi turbò. Era bellissima. Poi scollai gli occhi dal suo viso e li rovesciai tra le pagine di un libro che tenevo in macchina da chissà quando e che la memoria mi offrì liberamente, come salvagente a quella marea.
Lessi delle parole che non capii e spinsi di nuovo lo sguardo verso lei. Mi guardava con un malcelato sorrisino. La fissai allora con insistenza ed ella ricambiava con modi che mi parevano eloquenti. Scesi dalla macchina e andai verso di lei: era già quasi buio, solo la fioca luce di un lampione la illuminava, rendendola quasi evanescente. "sei di Nicastro?" le dissi d'un fiato. Lei mi guardo un pò e mi disse di si: "anche tu?! Aggiunse." No io...". Non mi lasciò finire e continuò: -Vedo che ti piace leggere- "si, ma che c'entra?" fui preso un pò in contropiede ma incalzai: "Aspetti qualcuno?" Lei disse - sono sola - con un'ombra sul viso. Rimasi muto, come tramortito, a fissare i suoi occhi verdi che mi indagavano, era maledettamente seria, finchè disse: "Senti, vorrei dirti una cosa, dato che ti piace leggere perché non leggi questi?"
Tirò fuori dalla borsetta con un gesto quasi violento "la torre di guardia" e "svegliatevi"! Tentai con tutte le mie forze di dare ordine ai miei pensieri, tesi la mano e la guardai ancora, ella teneva ora gli occhi abbassati. Il buio aveva ormai preso possesso dalla città, mi disse: "Dio è amore" e sparì tra le strette vie mal illuminate di una Nicastro improvvisamente triste. E mentre piegavo in basso la testa come un acrobata al tappeto, giunse il mio amico che mi chiese: -"che pensi? Che è successo?-" "No, niente, un amore difficile avrebbe detto Calvino.
In questo gennaio alle sette di sera pare mezzanotte anche qui. Era trascorsa un'ora o poco più quando, salito in macchina m'accinsi a tornare a casa. Dal cruscotto si sporgevano beffarde le riviste che m'aveva dato "quella tipa", sorrisi inquieto dentro me, ripercorrendo veloce le vie ingrigite dall'umidità.
Fuori dal centro abitato, quando le luci della città sfumavano vinte dal buio e solo i fari della mia macchina spezzavano le ombre, mi accorsi di una nebbia leggera, quasi dolce, che avvolgeva come un lenzuolo gli alberi piantati ai margini della strada. Mi tornava però alla mente un visino dolce ed enigmatico: lo scaccerò! Occhi verdi che celavi, piccola bocca, addio! E continuava la lenta arrampicata della "850" per quella strada torta, ma la nebbia si fece di colpo ottusa, insistente, rallentai ancora.
Non s'incontrava nessuno.
Provai ad accendere la radio: solo un gracchiare fastidioso. Dietro una curva improvvisamente la nebbia sparì. "Eh si, pensai, la cima è vicina!". Ma riprese a piovere, più salivo e più la pioggia s'infittiva. Avevo la testa pesante, non vedevo l'ora d'arrivare e mettermi a letto, leggere e piano piano sognare, tuffarmi nell'irreale e infine godere del sonno fino a che il sole del mattino non fosse traboccato su me attraverso i sottili vetri della mia fantasia.
Poi in fondo ad un rettifilo, intravidi fioche luci ed un'evanescente figura che s'agitava sotto la pioggia. Mi fermai. Si avvicinò allo sportello un uomo di un eleganza rigorosa ed anacronistica, ben pettinato nonostante l'acqua che gli cadeva addosso: pareva un manichino. Addossata all'argine della strada, dentro la cunetta, c'era un'automobile al cui interno s'intravedevano alcune figure. L'uomo si chinò per parlarmi. Con voce sottile, servile, come se m'implorasse balbettò qualcosa. Non compresi chiaramente le parole che disse, solo il loro senso, ma quel suo fare mi fu estremamente fastidioso e, per non sentirlo più, dissi: " va bene."
Nella mia macchina, come d'incanto, salirono due giovani donne che si sistemarono sul sedile posteriore, mentre l'uomo prese posto accanto a me. Ricominciò a parlare, adesso con sicurezza: - Che tempo! Lei è gentile, nè! Siamo rimasti senza benzina... non so come è successo nè! Dovevamo andare a Soveria da certi amici, domani ce ne torniamo sù, in Altitalia, a Torino, tutti insieme, siamo una comitiva, se lei ci lascia al primo paese telefoniamo e ci verranno a prendere, nè?- "Veramente il primo paese che da qui incontreremo, praticamente è proprio Soveria” intervenni, anche se di solito io faccio un'altra strada per accorciare ma è una strada non molto frequentata, sa, noi qui, in bassitalia, abbiamo ancora strade non asfaltate... Comunque posso benissimo passare per Soveria, non ci sono problemi." - Se deve fare più strada per noi non si disturbi! -
Una voce che parve provenire dal mio cervello: era lei. "Ma no, per me è quasi la stessa cosa, io faccio l'altra strada per abitudine, è una questione di scelte, in fondo una strada vale l'altra" dissi senza capire bene a cosa io stesso volessi riferirmi.
Poi, dopo un silenzio senza nome, ripresi a parlare e chiesi, anch'io con voce sottile, ma con colpevole ironia e dopo la candida bugia della strada non asfaltata: "Siete torinesi?" E così l'uomo seduto alla mia destra mi parlò d'emigrazione e di fame, di dolori ed abbandoni, ma con gelida calma. Poi parlò di felicità, di eletti, di fine del mondo.
Parlava come i profeti della mia infanzia e per un attimo mi sono perso dietro i ricordi del profumo d'incenso, ma i miei occhi erano stanchi, stanchi. Parlava un italiano sgrammaticato, addirittura approssimativo, colorandolo sovente di tonalità piemonteseggianti, ma la sua fede incrollabile a me sembrò una patetica pantomima. Munsi rancore dentro di me, come se quella fede mi rubasse qualcosa, una fede così astratta. Mi vennero in testa folle di parole, parole come giustizia, rabbia, uguaglianza, pane, ma i miei occhi erano stanchi, stanchi.
-C'è giustizia in qualche angolo di questa terra? Gli uomini possono creare giustizia? -Ancora lei, come se m'avesse letto i pensieri. Mi girai un attimo e la guardai in quei suoi occhi, sinceri, lei non li abbassò. Avrei potuto dirle mille cose per farle capire la differenza tra i miei pensieri ed i suoi, avrei voluto dirle cento altre cose..., ma di bocca m' uscì solo un "no". Ed ella capì. Forse per questo non mi guardò più attraverso lo specchietto retrovisore.
Ma era già lì Soveria Mannelli con le sue luci e gli ultimi passeggiatori dell'inverno. Scesi anch'io dalla macchina, forse per illudermi di fermare il tempo, forse per guardarla ancora negli occhi: una stretta di mano a tutti, per lei anche una lacrima che si confuse con l'ultima goccia di pioggia.
SALOTTI
Nei salotti dove ci si inchina ai più forti e si deridono i più deboli s'incontrano assessori e conti. Vecchi rimbambiti traballanti raccontano a giovani parvenus, politicanti per mestiere, le avventure della loro giovinezza e le goliardie di un tempo lontano e irripetibile affinchè il fascino del loro mondo spinga questi inesperti avventori dell'alta società verso una torre d'avorio che sia lontana ed inaccessibile ai bisogni delle genti. Bisogna dire che ci riescono molto bene.
Per entrare in questi circoli è necessario tenere bene in vista il proprio titolo, mostrare grande interesse per la cucina, avere un'apprezzabile conoscenza di armi, pronunciare qualche parola in francese del tipo "jambon", ma soprattutto ostentare disprezzo per le classi subalterne, per la gente comune.
Un assiduo frequentatore di tali ambienti così esordiva, dopo avere acceso mezzo toscano; " Sono quarant'anni che non lavoro, lavorano solo i fessi, noi non ne abbiamo bisogno. Però il modo di passare il tempo ce l'ho: conosco tutti i giochi, leciti ed illeciti, conosco i nights di mezz'Europa, l'altra mezza non mi eccita. Sono capace di salire su un treno e giocare a carte da Roma a Copenaghen. Se trovo qualcuno che sa il "tresette" sono a posto: ventuno senza accuso in piedi nel corridoio, non mi siedo mai in seconda! -“Avvocà e le donne?” - Quando ne ho voglia scendo in strada, ne prendo una, la porto sù, la sbatto sul divano, la guardo con occhio languido, le regalo qualcosa e poi la mando via. Loro, poverette, insistono per restare, ma io dico: ecco, ti hanno visto salire da me, sei a posto, hai un nome! Non conta quello che fai, ma quello che gli altri credono che tu faccia. Caro assessore, adesso ti racconto un fatto, stammi a sentire: quando ero un giovane studente al liceo di Vibo Valentia, spesso, come tutti i giovani, mi ponevo dei "perchè", perchè studiare? A che fine? I soldi ce l'ho, mio padre e i miei fratelli pure, sono bello, non serve studiare. Poi pensandoci però mi convinsi che uno un titolo deve averlo, deve sentirsi chiamare almeno "avvocà", sennò come campa? Come cammina? Abitavo in una grande, vecchia casa signorile un pò in declino, ospite di una anziana nobildonna devota a Cristo e alla Madonna, quando il culo invecchia si fa santo! Ogni sera costei recitava il rosario, una cantilena fastidiosa che mi impediva di pensare. Aveva centinaia di santini appiccicati alle pareti, un giorno glieli gettai tutti dalla finestra, giusto per farle capire con chi aveva a che fare. Poi le chiesi allegramente se quella notte avrebbe accettato di venire con me al casino, giusto per ridere, lei non accettò, chissà perchè?
Le donne, ragazzo mio, sono strane! Quando arrivò il tempo degli esami di licenza cominciai a preoccuparmi e mi dedicai esclusivamente a trovare qualcuno che conoscesse i professori. Le mie amicizie femminili erano tutte di classe: belle donne! Pensai, in un momento d'estasi, di sguinzagliare la biondina che avevo appena concupito alla caccia di quei vecchi bacucchi di professori e di farne circuire qualcuno dalle sue grazie, ma mi venne in mente che erano tutti froci! Ih! Ih! Ih! Mi dissero che Antigone, una racchia che mi filava, conosceva il professore di chimica.
Trascorsi una notte insonne.
Raccolsi tutto il mio fascino e mi presentai dalla bruttona dicendo di essere stufo di sentirmi circondato da donne belle e vuote, dicendo che sentivo profondo il bisogno di un affetto sano e sincero. Antigone si squagliò come neve al sole.
Così mi diplomai grazie all'appassionato amore di una racchia.
Su settantasei candidati fummo promossi in sette: bel colpo!
Antigone morì di crepacuore qualche mese dopo. Mi voleva sposare la tenerella, ma io spirito libero, le dissi che preferivo morire piuttosto che passare la vita con lei.
Fu lei a morire, tanto meglio! Glielo avevo detto di curarsi: "Antigone cara, tu soffrì di una forma di morbo che ti porterà alla tomba, parti, và in Canada, lascia perdere me che sono un nomade." Fu in quella occasione che mi scoprii delle virtù divinatorie, una sorta di - tocco della medusa - che in verità non uso quasi più, solo per difendermi.
Una volta che mi ritirarono la patente - per guida pericolosa in evidente stato di ubriachezza -, come recitò il marescialluzzo, mi rivolsi telefonicamente al sostituto procuratore della Repubblica di Catanzaro, mio amico e noto puttaniere, ma non volle aiutarmi, in quel periodo stava rifacendosi una verginità. Qui la cosa non va, pensai. Lo rividi giorni dopo con una gamba ingessata, ospiti del vicesindaco. Con lui c'era anche il figlio: un barbuto - e questo guerrigliero non lo dovrebbero arrestare?- non era trascorsa una settimana e fu spiccato mandato di comparizione contro il delinquente per possesso di "àscisci".
Cicciù, dissi allora al sostituto, vedi come mi vendico io? Prima la gamba, poi il bambino! Dopo due ore riebbi la patente! -
A ciò il giovane assessore sprofondando nei cuscini mostrò i denti in una sonora risata. Il battesimo del fuoco era avvenuto, l'inesperto amministratore era ormai orgogliosamente convinto d'appartenere alla "Catanzaro - bene", lontano dagli schiamazzi delle plebi, di disoccupati, forestali, precari e tutti gli altri straccioni. E il nobiluomo continuava nel suo "escursus vitae": - Poi c'era "Z", un antipatico, non rideva mai, faceva discorsi pesanti, noiosi, qualcuno diceva che fosse addirittura mezzo comunista, ma non è stato accertato. Comunque, per sicurezza, il primo di gennaio di qualche anno fa lo guardai negli occhi e pensai -ma mo su stronzu non avera ma mora?- u dui moriu au cessu, cacandu!- ih! Ih! Ih! -
La politica è un argomento eccitante, un gioco per loro.
" Avvocà dicci di quando volevi candidarti al Senato della Repubblica. Ah! Ah! Ah! -Veramente non era stata una mia idea, era una proposta oscena di un ex capomanipolo di Decollatura riciclato alla socialdemocrazia dal nazionalsocialismo, ma era un cazzone più cazzone di Tanassi. E poi quelli come noi non hanno bisogno di andare a Roma per fare pesare la propria cultura, la propria personalità.
Durante un'udienza del “processo di Catanzaro", come sapete il sottoscritto ha presenziato all'intero dibattimento, non perchè mi interessasse la cosa: me ne strafotto, ma per un senso di prestigio, insomma per fare dire alla gente: hai visto? C'era pure “lui”, durante un'udienza mattutina, come dicevo, vi ricordo che io facevo parte del collegio di difesa di Stefano Delle Chiaie, mentre i giudici fingevano di ascoltare le parole di quel fighetto di Freda, ho sentito un freddo della Madonna lungo la schiena, io ero un pò acciaccato, allora sono intervenuto con fermezza chiedendo al presidente di far chiudere quella maledetta finestra. Quel "sofista incravattato" si volse verso di me urlando come un ossesso -stai zitto imbecille!- lo guardai dall'alto in basso con un gelido sorriso, mi faceva pena la sua ingenuità, ma non seppi trattenermi e, guardandolo fisso negli occhi, lo stroncai con questa parole: Fredicè, ccu mmia non hai ma jochi, ca ti pigliu d'i palli e ti mpingiu au lampadariu! E con questo chiudiamo la fase politica!-
“ Ma no, avvocà continua, raccontaci dell'attentato che ti fecero sulla strada della Sila. “
E va bene, giusto perchè l'assessore non ci conosce ancora bene. La vittima, come sapete, non fui io ma il conte S.
Era estate, faceva un caldo che spaccava le pietre e fuggimmo da Copanello con quella carretta di millecento che S. guidava col muso appiccicato al volante. - Andiamo in Sila, ci sono le contadine.- Dopo circa tre ore vedemmo i primi pini. Su un rettifilo la macchina filava a cinquanta chilometri orari, ma dietro una curva un vitello sostava immobile sulla carreggiata, S. fu preso dallo spavento, evitò miracolosamente quel figlio di vacca, ma d'improvviso sulla strada comparvero le madri, ed una con le corna spacco il vetro della macchina: - M'hanno sparato, m'hanno sparato! Lasciò il volante e l'auto scivolò lungo un pendio erboso schiantandosi contro un pino. Quel citrullo non dava segni di vita.
Lo lasciai cuocere nel suo brodo e m'incamminai verso un villaggio. Giunto presso una bicocca di pecorai mi feci accompagnare da un pastorello, con un'impolverata lambretta, in un albergo della zona. Regalai la giacca al poverello e lo mandai via. Allora urlai: Polizia! Polizia! Un attentato! Ci sono saltati addosso in quindici... il conte è stato rapito... ih! Ih! Ih! Troppo bello! L'argomento del "cittadino" che scorazza per la Sila, abitata da rozzi pastori vestiti di stracci, ignoranti e sperduti in fonde foreste, mette addosso una febbre da mal d'Africa a chi ha sempre portato la cravatta e si bea di vivere a " Catanzaro!"
Ed ecco racconti sprezzanti ed ironici di questi signori che, in omaggio ai costumi medioevali dell'urbanesimo in cui sono rimasti impaludati, si credono depositari di "civiltà" ed altro non sono che la parodia di se stessi. Al pari dei loro leccaculi, piccoli borghesi, meschini arrampicatori sociali felici solo d'aver un biglietto gratis per lo stadio. Eccoli che ridono per le mucche sulle strade, ma eccoli a vendersi per una ricotta. Eccoli sforzarsi di ridere per esorcizzare la loro miseria e cullarsi nel nulla che li attanaglia.
Gli anghingherati della "nobilissima città di Catanzaro" non si pongono problemi nell'esistenza se non in funzione dello stomaco: disquisiscono con acume su sapori e intrugli e si saziano sognando tegami. Quando parlano spalancano le bocche come forni credendo che più si aprano più pesanti siano i concetti, mischiano senza pudore la lingua italiana a intercalari dialettali liberando un linguaggio ibrido dai toni disgustosi. Basta sentir parlare un qualsiasi amministratore, un "onorevole", come amano chiamarsi tra di loro, per capire in che mani siamo. Quando poi il discorso interesserà i rapporti uomo-donna c'è davvero da morire dal ridere, peggio che osservare la scimmia del Pulci. "Caro conte... cioè avvocato, recitava una femminista dell' ultim'ora, con grossi occhiali a tartaruga ed uno scialle di pizzo bianco sulle spalle, noi siamo emancipate, voi maschi non ci calpesterete più: è finita l'era egemonica del maschio! " -Clotì, interruppe il nostro eroe, voi camminate finchè vogliamo noi, poi vi mettiamo a letto. Ih! Ih! Ih! Apparentemente sconvolta per quei toni plebei, ma che comunque davano anche a lei una specie di nulla - osta ad esprimersi su quella falsariga, la nobildonna così si difese: - Dai, prendimi, mettimi a letto, così vedremo che sai fare.-
"Lo faccio quando ne ho voglia, sapete amici, quando uno nella vita ha avuto ogni tipo di donna, ha amato a dismisura, viene il momento che anche il sesso lo annoia. E poi tu, Clotì, non mi intrighi..."- - Non è che non ti intrigo, come dici tu, e che sei moscio!-
E gli altri a coro, ci vorrebbe Freud, ci vorrebbe Freud. Ecco quello che sanno del grande Sigmund, che c'entra col sesso: a loro basta.
Affrontano con disincanto i problemi del nostro tempo carezzandosi le tempie gli uomini, accavallando le gambe le donne. Sono queste le classe egemoni, le classi dirigenti della nostra terra!
LA PARTENZA
La sala d'attesa è immersa nella tristezza, traspira angoscia dalle pareti umide.
Fichi d'india e mari azzurri su quei muri
Scatole di cartone, borse e valigie ammucchiate, disordine e sonnolenza.
Un altoparlante gracchia d'improvviso.
Gli occhi assonnati corrono stancamente verso quell'orologio appeso: sonnecchia a testa in giù l'unica lancetta.
Un militare fugge verso i binari, la porta rimane spalancata: la violenta la pioggia. Palpebre si abbassano indifferenti.
Solo una vecchia donna vestita di nero, con un fazzoletto serrato sui capelli, s'alza sbadigliando e, sorreggendosi la vita con una mano sul fianco, chiude con forza la porta, sbatte fuori la pioggia; il vento trema ringhiando.
Dall'altoparlante stavolta si proietta una voce: un treno parte.
La porta si riapre, molti escono, l'acqua spruzza i visi.
La sala d'attesa è vuota: chi non parte vuol guardare, nonostante la pioggia.
Luci opache s'avvicinano a passi veloci si fanno fosforescenti, sordi rumori metallici: ecco il nostro.
Tanti visi infilati nei finestrini, visi assonnati, inespressivi, capelli arruffati, tante sigarette accese, tanti pensieri in quelle teste, tante famiglie dilatate, tanti sogni condannati. Risbuffa il mostro e si tende all'infinito.
Chi non è partito rientra con strana mestizia.
Lentamente la sala d'attesa si ricompone.
La pioggia insiste: è l'autunno che semina i suoi caratteri.
Giovani con borse incollate sulle spalle ostentano timidi sorrisi ad una ragazza che pare distratta, dopo un pò ella esce. I giovani ridono di gusto. Ora i manifesti alle pareti sono vecchi sberleffi d'inchiostro su visi incerati, su volti grotteschi. Il vecchio col cappello si alza e incolla il naso al vetro, poi l'asciuga col palmo della mano, si guarda intorno e lo rifà col fazzoletto. La ragazza rientra armata di un impiegativa "settimana enigmistica" e ficca il naso nella "pagina delle sfinge".
I giovani sentono la loro sconfitta ed escono con un sorriso amaro.
Silenzio.
Il giornale mi scivola dalle mani ed un foglio schizza via, lo raccolgo con uno sforzo di schiena, nessuno se ne accorge. Più in là, sull'ultima fila di sedili una giovane donna vestita di nero e spettinata regge sulle ginocchia un bimbo dai riccioli corvini e col musino triste schiacciato sul proprio petto come a scavare vita, vicino è seduta una bambina che ogni tanto china la testa sul fianco della madre, stringe al cuore una piccola bambola nera, con la manina le cinge il collo sotto i finti capelli. Ai loro piedi una grossa scatola di cartone ed una stinta valigia. Una bambola nera! È un particolare che mi fa venire i brividi e che mi fa vedere d'improvviso quelle pareti grigie diventare solari. Mi viene da piangere, esco per approfittare della pioggia.
Davanti ai miei occhi vecchi ferrovieri sbracati paiono saltellare come buffi canguri appresso appresso ad affettati giovanotti in divisa luccicante e alteri.
Ma scivolano gli occhi sul curioso bar. L'uomo dietro la cassa sembra esser lì da sempre e per sempre, immobile non sembra nemmeno far caso ai clienti, dà meccanicamente resto e scontrino, si tocca il naso, ripone la mano e si rifugia nei pensieri. In un angolo, su una mensola di legno, si scorge un vecchio macinino di televisore portatile lasciato alla polvere come un cimelio inutile e scordato. È invece allegro il giovane barista, forse per l'imminente chiusura. I bracci della macchina del caffè s'alzano e s'abbassano con mosse veloci, le tazzine volano sul banco, i pochi avventori consumano in fretta e spariscono. C'è un vecchio con un sacco che non ne vuol sapere di uscire.
" Si chiude: tutti fuori!" dice ridendo il ragazzo. Niente. L'uomo anziano esce pesantemente da dietro la cassa e, con voce grave: -a dormire, nonno.- e il vecchio a malincuore si trascina fuori col sacco ma l'aria umida è sorpresa non gradita dal vecchio, che si infila con mossa furtiva nella sala d'attesa.
Un campanello trilla: arriva il mio treno.
Dalla sala defluisce molta gente e con allegro vocio s'avvicina al io binario. Il mostro sulle rotaie con cupo stridolìo stritola già i pensieri, da inizio alla lenta mecerazione. Le persone che attendono dietro le valigie, con lo sguardo fisso a sud, mentre i fari come coltelli fendono l buio, paiono inconsciamente rattristarsi, come se il precedente allegro fare fosse stato divorato da un verme celato in un angolo irraggiungibile della mente.
I freni del treno si fanno sempre più stringenti, finchè inchiodano i vagoni. Poi la gente solleva come un rito le scatole e le valigie adagiandole delicatamente oltre le porte metalliche, le spinge dentro e sale senza mostrare fretta. Nelle carrozze non c'è uno scompartimento che abbia la luce accesa: i siciliani e i reggini sono sdraiati e fanno finta di dormire. Qualcuno, con giacca e cravatta, s'infuria:
- Controllore!- D'incanto i posti si scorgono, ce ne sono tanti... tanti posti per partire! Tutti hanno qualcosa o qualcuno lontano, a tutti balenano affetti lontani, come croci. E il treno corre a fianco del mare, se ne sente l'odore col vetro abbassato ma il colore azzurro lo immaginò soltanto, ora è tutt'uno col buio cielo e si agita strapazzato dal vento e increspa le spiagge, s'abbatte sui neri scogli, urla e si ode anche da qui, nonostante il rombo di metallo. Urla di dolore, urla di rabbia, vorrebbe con la possente mano agguantare il treno e stritolarlo.
UN AMORE
La vidi per la prima volta in un'immensa aula dove parole latine risuonavano gravi:
Selem leggeva Quintiliano. Sedeva molto distante da me. Spesso mi giravo a guardarla, perdendo il segno, ma lei non s'accorgeva nemmeno che esistevo, persa com'era nel libro. Alla fine della lezione la perdevo quasi subito di vista: spariva. Trascorsi così, ad inseguir nuvole, delle settimane.
M'ero quasi scordato di lei, con tutte le ragazze che amavano scherzare più che latineggiare. Un giorno, davanti all'aula, mentre raccontavo frottole a due studentesse giulive, la vidi arrivare senza occhiali e sedersi poco distante da noi: ci guardò mentre ridevamo. Sentìi come un pugno nello stomaco, cambiai d'improvviso parole e toni, parlai di oratori e consecutive cercando ostinatamente d'incrociare i suoi occhi.
Entrammo poi in aula, lei mi passò vicino e ancora la guardai, ma ella parve non vedermi. La osservai prender posto mentre inforcava gli occhiali e si girava come per caso verso di me che ero ancora in piedi. Poi approfittai di qualche assenza e mi tuffai senza esitare su un posto libero non molto distante da lei. A tratti la ragazza sembrava lanciare timidi ma prolungati sguardi verso il mio vecchio posto, di lei non perdevo una mossa.
Poi gli sguardi in quella direzione si fecero meno segreti, più scoperti, finchè nel giro dei suoi occhi ella mi vide che la fissavo. Trattenne lo sguardo su me per un eterno attimo, prima di chinare nuovamente il capo sul libro. Eppure nemmeno quel giorno mi riuscì di vederla all'uscita. Il giorno dopo arrivai mezz'ora prima alla lezione, un quarto d'ora dopo giunse lei. Contai i minuti fino a quando un bel giorno, riuscìi a salire le scale al suo fianco. Provai a dirle qualcosa, ma lei mi regalò un sorriso e allungò il passo.
Restai un pò spiazzato e cercai di raggiungerla, ma altri studenti mi vennero incontro scherzando e mi coinvolsero nell'appiccicare alle pareti manifesti vergati di pennarello rosso. Intravidi da lontano solo la sua testa riccioluta varcare la soglia dell'aula. L'indemani identico appostamento, strinsi i denti e le dissi: "ciao".
In un attimo, prima che lei rispondesse, lessi con gli occhi tutti gli slogan delle pareti.
Poi finalmente parlammo, inevitabilmente dell' "Institutio Oratoria", ma non riuscivo a trattenere una specie di sorriso: - Sei sempre così allegro?-
Disse senza immaginare quello che si agitava nel mio petto.
Da allora ci sedemmo spesso vicini nell'aula, e spesso andavamo insieme in biblioteca ad esercitarci nella traduzione. Ma lei, in quei momenti che ci vedevamo accanto, a volte le nostre teste si urtavamo, si irrigidiva, diveniva fredda, quasi ostile, certo indifferente, pareva vivere dentro il vocabolario, o forse ero io un incapace... A volte non riuscivo a seguire con la dovuta attenzione le arti sue e di Quintiliano. Lei lo capiva, con pazienza e con quei suoi occhi profondi ricominciava esortandomi con vigore, come una madre il figlio indolente. Ma mi si era quasi sgonfiata quella febbre che mi aveva assalito. Intanto fu Pasqua, non ci vedemmo per un bel pò: ero tornato a Castagna e rividi Roma venti giorni dopo: a lezione di latino non c'era quasi più nessuno.
Mi sentivo uno stupido. Avevo voglia di vederla. Sapevo dove abitava e, spesso, facevo delle solitarie passeggiate sulla lunga via Tuscolana come un cane randagio.
Una sera di maggio, al crepuscolo, fui sorpreso dalla pioggia nei pressi del ponte della ferrovia, mi misi a correre ed entrai in un supermercato. Vagavo ondulante tra le gente, mentre le commesse mi scrutavano con occhio strano, cercai uno specchio per dar forma ai miei capelli, e riflessa ed evanescente nello specchio vidi la sua immagine. Mi voltai ma lei non c'era. Il giorno dopo mi recai, ben pettinato, in facoltà. Pochi studenti s'aggiravano fra i corridoi, ma in fondo fra le bacheche impolverate e i graffiti vivaci qualcosa mi attirò: era lei, sorridente come mai, con una minigonna bianca ed una camicia leggera, con due occhi come laghi.
Persi la parola, se mai l'avessi avuta.
Ed infatti fu lei a parlare:
-Aoh, te sei morto?- Uscimmo.
Su piazza Esedra il sole picchiò più forte del solito. Lei scherzava e rideva, mi prendeva in giro, non l'avevo mai vista così, io parlavo, osservavo il suo viso. Poi, appena il mio cuore rallentò entrai in punta di piedi tra le pieghe delle sue parole romane. Camminavamo sfiorandoci, parlammo di tante cose, di tante altre avremmo voluto parlare, ma era passato il mezzogiorno. Ci fermammo e ci guardammo un pò in silenzio, lei sorrideva, sembrava parlare con gli occhi, le proposi una passeggiata per domenica, ella disse si in uno slancio ma poi, abbassando le palpebre su quegli occhi, continuò seriosa: ma abbiamo tanto da studiare... - ma io non mi fermai:
"Va bene, andremo a villa borghese con libro, senza vocabolario, e così vedremo se sei davvero una latinista compiuta". Ci lasciammo con un "ciao" più rovente del sole.
Era caldo quel giorno, gli alberi rivestiti dopo il nudo inverno emanavano profumi di germogli che riempivano le narici; era caldo quel giorno come quando adolescenti, persi sui gradini di case diroccate, col mozzicone tra i denti, guatavamo in silenzio le fanciulle dagli indumenti leggeri e svolazzanti e le forme erano manifeste, e noi, noi inseguivamo i desideri con gli occhi e nell'ombra interrogavamo margherite.
Era caldo quel giorno che Quintiliano veniva al Pincio ad ammaestrare oratori e i "Per così dire" li sentivo nel cervello e nelle scarpe. Aprivo a caso il libro, lo richiudevo, e ripetevo dentro me parole incomprensibili.
Poi passò una alito di vento ad increspare gli ippocastani, ed eccola!
Il Pincio si fece deserto, i suoi capelli castano chiari parevano danzare, mi sembrarono più lunghi e meno ricci del solito, il suo bel sorriso, mentre mi veniva incontro mi accese dentro una gioia estrema.
Ci incamminammo, controllandoci a vicenda il libro come un rito necessario, tra i viali alberati e ci sedemmo su una panchina semipersa tra l'erba e le siepi.
" Allora cominci tu?" Disse senza darmi il tempo di cercare una parola, una parola dolce tra quelle che mi correvano in testa. Ed io lessi con rabbia e zelo.
Ci esercitammo a tradurre con serietà, senza distogliere gli occhi dalle pagine.
A tratti sentivo aliti caldi avvolgermi il corpo, ma lei sembrava cosi seria! Era gelida quando leggeva.
Ci alzammo dopo quasi un'ora e ci accorgemmo d'esser sudati, e non solo per il caldo. Con lunghi sospiri capimmo d'aver capito poco di quello che avevamo letto. Scoppiammo a ridere all'unisono, una lunga risata liberatoria. Mi diedi a parlare, a raccontare storie, a ridere, e lei rideva più di me ed io la guardavo negli occhi. E lei parlava, mi interrompeva e parlava e il suo viso bianco si illuminava. Il sole all'occaso filtrava accecante tra i rami e lasciammo villa Borghese.
Ci avventurammo per le strade affollate e mi sembrava che un sogno stesse finendo. Poi incappammo in una stradina semi deserta con le macchine ammucchiate sui marciapiedi e nel farla passare ci urtammo, lei sorrise ed arrossì, io mi turbai, ci fermammo, d'improvviso sentìi il peso di quel libro che m'ero quasi scordato d'avere, lo posai sul cofano rosso di una macchina, lei osservò il mio gesto divertita e pose il suo libro sopra il mio. Che mi succedeva? Divenni serio e la guardai, poi mi sciolsi in sorriso, lei mi mise le braccia al collo e avvicinò il suo viso al mio, le carezzai i capelli e le labbra.
Ci abbracciammo. Incollò il suo corpo al mio e mi baciò.
Camminammo poi mano nella mano mentre imbruniva, parlavamo di noi, dei nostri pensieri, del mondo. Mi parlò di quella città e la smitizzò ai miei occhi. Aveva cambiato tono, era persuasiva, consapevole, matura. Io allora non conoscevo neanche l'esistenza della parole "sociale". Mi parlò di borgate, di droga, di sottoproletari, di lotte e di giustizia. Io stentavo a capire, per me Roma era quella che vedevo, quella illuminata da luci ed ori.
Ma piano piano le immagini di una Roma più vera svelata al di là delle vetrine rinascimentali mi apparvero vive e presenti. Imparai a guardare oltre i confini dell'apparente, in un mondo senza cielo. In quei giorni mi si aprirono gli occhi, squarciai il velo che Castagna m'aveva messo addosso. Ma ormai erano terminate le lezioni all'università e dovevo tornare al paese, anche per mettere ordine ai programmi d'esame. Prima di andare via decidemmo di ripetere insieme tutto il programma di traduzione dei classici.
E così andai a casa sua.
Studiavamo sodo quando sua madre ci avvertì di dover urgentemente partire per Frosinone col marito a causa di una improvvisa telefonata di sua sorella. Appena i suoi genitori si chiusero la porta sulle spalle lei lasciò il libro e mi fissò con malizia.
Provai qualcosa di irraccontabile. L'abbracciai d'improvviso, con violenza, ella s'irrigidì. Le chiesi scusa, fece un cenno col capo e si andò a sedere su un divano portandosi una mano sulla fronte, io la seguì con gli occhi e tornai incoscientemente a Quintiliano. Lei si alzò ridendo e si mise a girare intorno alla mia sedia, scomparve per un pò e tornò con due bibite gelate. Si fece seria, si sedette sulla sedia vicina appoggiando il gomito sul tavolo, incurante dei libri, che spinse via, e puntò i suoi occhi nei miei.
Mi misi a parlare, non so di che, non più di retorica. Le parlai anche di Castagna, dei miei amici: i suoi occhi brillavano alle mie parole, incredula che un mondo così potesse esistere, mi faceva domande, ella era attenta alle mie risposte, mi scrutava come se mi volesse scavare dentro. Io mi sentivo finalmente sicuro di me: quando parlavo non temevo nulla.
E lei non distoglieva i suoi occhi dai miei.
I riccioli, che l'ultimo sole filtrante dai vetri, rendeva d'oro, le sfioravano le tempie e si cullavano sulle aste dei suoi occhiali, che si tolse continuandomi a fissare. Mi turbò profondamente quel gesto e ingoia saliva. Ma lei mi mise le dite sulle labbra e mi disse tremando: - Sta’ zitto - Chiusi gli occhi e le carezzai una mano, lei mi prese l'altra.
Ci alzammo muti. Le cinsi le spalle appoggiando alla sua la mia testa, lei apri la porta della sua stanza e nella penombra apparve il letto.
Si strinse forte a me, poi mi lascio e tirò le tendine.
Io mi ero seduto tra i cuscini, si avvicinò e mi spinse ridendo giù, si chinò e mi baciò sulla guancia, si trasse dietro, la guardai camminare a ritroso, poi si fermò: con un sibilo la gonna scivolò a terra. Mi sorpresi abbracciato a lei celando il viso nei suoi capelli. Poi cademmo sul letto.
La rividi il giorno degli esami, da lontano, mi salutò con gesto distratto ma non mi face male. Lei non si avvicinò, io non mi avvicinai.
Ci rincontrammo fuori dall'università non ricordo se per caso, mangiammo un gelato come due vecchi amici e mi disse prima di andare:
"Sono felice d'averti conosciuto".
Restai con un sorriso sulle labbra e con una gioia impensata nel cuore: mi sentìi infinitamente più ricco.
D’IMPROVVISO MILANO
Le luci fanno male agli occhi, hanno un profilo forzato che le rende ossessive, lesta e silenziosa la gente compare e svanisce, da ogni angolo ne fluisce di nuova e presto si dilegua, poi ancora ne sopravviene, come l’acqua del fiume.
Ma intorno, nell’aria, c’è una magia d’antico e moderno che insieme vivono e s’intrecciano, cozzano tra loro e si riabbracciano; ma è costretta nella memoria la suggestione asburgica dei libri di storia. Uno spettacolo affascinante e nuovo per chi ha lasciato solo ieri i silenzi e le sterminate solitudini silane, le armonie del vento e dei colori.
Come ubriaco tentai d’attraversare la strada inciampando goffamente sulle rotaie dei tram, ma mi mantenni in equilibrio e raggiunsi il marciapiede opposto con un sospiro.
Da quella folla s’alzarono intensi profumi di viola chimica che mi entrarono nella pelle, scuotendo la parte della mia mente perduta ad inseguir ricordi di folle di faggi e odori di abeti, di selvaggia erba dei colli della Sila.
Eppure in quello stringimento del cuore la città mi avvinse. Sarà stata la voglia segreta, una curiosità matta e dirompente d’indagare tra i passi veloci, sarà stata l’attesa di un lampo che svelasse i pensieri nascosti fra tali fragorosi silenzi, sarà stato il fascino di un avita fremente che potesse coinvolgermi senza pause, strappandomi ai ritmi di una terra che appariva più lontana dei mille chilometri.
Decisi di lasciarmi andare, senza pregiudizi, vecchi e nuovi, senza timori: così m’incamminai fasciato di sogni.
Al mattino Milano apparve immensa come un universo sotto il viscido pallore della nebbia: una dimensione sconosciuta, molle e uniforme che appiattiva i desideri, angosciante cancellava le sensazioni. Ma sotto quel lenzuolo pulsava una vitalità inesauribile.
Anch’io mi scossi. Ma le “pratiche” sulla scrivania attendevano le mie mani, i miei sguardi: ogni carta era una storia di lacrime. Tra cognomi sconosciuti e nuovi che sfilavano sotto le mie dita, ne apparivano spesso alcuni di cui era fin troppo facile capire la provenienza, intuirne i percorsi umani e le vicende che essi custodivano in ogni piega delle sillabe. Poi a sera il ritorno. Nei tram visi d’ogni tipo e colore e ad ogni viso, come in un gioco grottesco e silenzioso, mettevo addosso uno di quei cognomi.
“Facce così cupe non si vedono più neanche da noi” Mi ripetevo.
Questi uomini si muovono e agiscono solo nella mera riproposizione di un mondo perduto, nella conservazione di movenze e riti di una terra e di un tempo lontani. Essi si portano quel mondo antico cucito addosso come una gelida condanna, come inchiodati a scenari immobili e a sogni deformati, straziati da un tempo ostinatamente fermo. In ogni loro gesto, in ogni parola, riemerge un arealtà che non ha più riscontri. Una Calabria scomparsa è qui viva. E’ vivo il mondo della loro adolescenza inquieta e povera, è vivo il mondo della loro tristezza, di quel dolore rimasto appeso al cielo delle nostalgie.
E’ gente depredata, spogliata d’identità, tenuta ancora nei disarmonici agglomerati della spaventosa periferia metropolitana, senza speranza e senza sorriso.
Appaiono a volte come fantasmi dagli angoli delle strade, all’imbrunire, con il berretto ammaccato sulla testa e una “senzafiltro” tra il pollice e l’indice, si guardano attorno ancora spauriti, inequivocabilmente bassi e neri, spremuti come limoni, in questa città da decenni, in questa città assolutamente straniera, come il primo giorno.
I loro figli così diversi e così uguali: giubbotti neri ed orecchino, capelli annegati nel gel, mozzicone all’angolo della bocca e catene al collo per somigliare ai figli veri della città.
A frotte nei sabati scendono dai casermoni, assaltano le metropolitane e si catapultano nella città negata, nella città deserta con una violenza ingenua che fa compassione.
Eppure sono proprio questi figli, qui nati e qui cresciuti, l’unica dimensione della mente dove declina il loro dolore: essi non dovranno coniugare addìi per sopravvivere, non sapranno mai che cosa vuol dire nostalgia.
In realtà la loro è una “nostalgia” più amara: le loro radici non sono piantate in nessun luogo.
Un vuoto immenso.
L’estate legnanese opprimeva come una coperta calda gettata sulla testa.
Pochi percorrevano le strade, solo vecchie donne con la borsa della spesa interrompevano lente la solitudine dei marciapiedi.
Davanti al “Bennet”, vicino ai ferri scheletrici, vuoti di bici, stava seduto accanto ad uno zaino un nero.
Mi fermò con decisione, quasi con violenza, io avevo fretta, ma qualcosa di terribilmente strano mi bloccò: parlava in napoletano come lo parlano ad Afragola o a Casoria.
Mi chiese di comprare qualcosa. In realtà non ascoltavo quello che diceva, lo guardavo stando muto: non era un africano, era nero e parlava come parlava!
Il ragazzo si accorse della mia strana faccia e pronunciò parole incomprensibili gettando la testa sullo zaino come un vitello ammazzato di botte. Ma io non me ne andai: fermo davanti a lui ero un palo! Poi tirò fuori delle penne:
“ Vo’ ‘ccattà? “ - Quanto costano? - Chiesi. Mi scrutò e capì la mia fragilità.
“ Cinquemila” Disse mordendosi la lingua. - Va bene. - Dieci penne in un astuccio a ventaglio: blu, nere, rosse. Tra le mie dita si composero allora parole invisibili che gli occhi della mente non illuminarono, come fossero secche, senz’anima, e caddero a terra morte.
Quante parole mi caddero senza vederle né sentirle!
Mi frugai nelle tasche, ma più in fretta di me egli disse:
“ Te le regalo!” Mi schiacciò il silenzio che seguì le sue parole. Poi, riacciuffata la mia cosiddetta razionalità, gli chiesi: ”Ma tu di dove sei? - Pensando ad una lontana Africa stridente di catene, un’Africa gemellata con Napoli per un disperato gioco sospeso.
Ed egli disse: “ Caserta...Avevo pochi anni quando scappai dal Montenegro con mio fratello più grande: egli è morto di colera a Napoli anni fa. Sono sposato ed ho due figli. Sono venuto a Milano perché mio suocero non mi ama, porterò qui mia moglie e i miei bambini! Ma ancora non hanno vestiti. Tu hai figli? Mi dai vestiti per miei piccoli bambini? ” Pensai ad una vecchia valigia sull’armadio e me ne andai in silenzio.
Ai miei piedi un mucchietto di abitini: li raccolsi in due sacchetti di plastica e volai.
Nell’angolo oramai aggredito dal sole c’era solo un vuoto immenso.
Alla stazione apparve sconfinato lo squallore dei binari bruciati: una vecchia zingara con due bimbi in braccio ed una ragazza dal viso sfatto vicino a lei:
“ Hai troppo tardato, mio figlio è morto.”
Prese le buste e se ne andarono lungo i binari bruciati.
MEMORIE
la verità
il rimorso
il mare
LA VERITA’
Morivano sulle coperte sgualcite gli estremi raggi di un sole ormai stanco che, a fatica, filtravano attraverso la finestra inclinata come spade lucenti di polvere. S’interrompeva su quel giaciglio la corsa estenuante di una luce che dal cielo giungeva fino agli uomini.
Aggrapparsi a quegli ultimi bagliori voleva dire assaporare il profumo di Dio, irrorare lo spirito di una pioggia d’amore, ma bisognava volgere la mente alle preci del vespro.
Il frate, dopo un ultimo sguardo a quelle corde di luce, si diresse verso la cappella.
I canti risuonavano per le arcate, un’eco struggente si spandeva per le campagne e i contadini d’intorno tendevano l’orecchio addolciti.
Anche il Corace, dentro gli angusti argini, sembrava cullato dalle armonie sonore: il cuore era preso in un’aura mistica e stupefatta.
Ma nella solitudine della cella, ora che sono i raggi fiochi della luna che lenti fluiscono, il frate ha in mente solo il pensiero dell’abate e la sua immagine. Le parole udite da Gioacchino in un giorno lontano gli tornavano nella memoria come un ostinato sogno:
“La Verità, bisogna cercare la Verità, al di là dei corpi, al di là delle ricchezze: non ci saranno armi né sangue, solo lo Spirito sarà su noi, in ogni uomo riconosceremo il Cristo nel tempo dello Spirito Santo! “
Ma l’abate si concedeva poco ai suoi frati, tra le mura annerite dettava parole arcane, parole a fiumi che servivano tre amanuensi per tenergli dietro.
Frate Cenzino era uno dei più giovani monaci di Corazzo, aveva preso il saio perché un giorno, quando era ragazzo, aveva incontrato lungo un sentiero ai piedi della Sila Greca “L’uomo di Celico”. Di costui si diceva che tornasse da un mondo lontano chiamato India, dove, nella solitudine di inaccessibili montagne, avesse trovato la Verità.
Non potendo Cenzino andare in India, dato che non conosceva la strada, decise di seguire quell’uomo dagli occhi profondi con il desiderio segreto di capire la Verità.
E lo seguì a Luzzi nella Sambucina, lo seguì fino a Corazzo, in quella valle d’erba celata tra i boschi, incastonata tra colline di smeraldo, dove la solitudine del silenzio era estasi.
Ma da quando era lì, quasi dieci anni ormai, l’aveva incontrato solo pochissime volte, lo vedeva spesso in preghiera, ma di spalle. Stava sempre chiuso dentro con i suoi amanuensi: chissà che parole! La folgorazione di quel giorno lontano era però ancora viva, e che voglia di tornare a guardare quegli occhi!
Gioacchino che talvolta partiva per lungo tempo: Casamari, Verona, Palermo.
Gioacchino che voleva partire per le crociate, ma con i fiori!
Gioacchino che una volta lasciò sotto un torrente di pioggia, fuori, mura, un papa: egli era in preghiera quando il frate portinaio gli annunciò la visita con irruenta eccitazione, Gioacchino non si scompose: - Prima Cristo, poi il suo vicario...- E continuò a pregare! Quanti pensieri e dubbi nella testa di Cenzino, ma il sonno alla fine l’ebbe vinta.
Dopo le laudi e il mattutino, all’alba, il frate con la bisaccia sulle spalle s’incamminò seguendo il corso del fiume. La leggera nebbia del mattino che s’alzava a quell’ora dalla valle non era del tutto diradata. Mentre calpestava l’erba ancor bagnata di rugiada ripensava all’abate chiuso per giorni e notti e ai suoi fratelli che a volte ridevano di Lui e della sua fede.
I contadini e i pastori, anch’essi mattinieri, lo salutavano da lontano. Cenzino era lieto di camminare allo sbocciare del mattino in mezzo alle meraviglie del creato: di questo ringraziava nostro Signore. La natura cominciava a colorarsi, le acque chiare del fiume mormoravano armonia, i merli e gli usignoli cantavano dalle fronde.
Si! Era un mondo d’amore dove Dio aveva posato la sua mano. E allora perché tutti questi uomini che traggono dalla terra tante cose buone passano l’esistenza nell’assoluta povertà? E poi perché, Signore, turbe di cavalieri armati d’affilate lame grondanti sangue portano per vessillo la tua croce? Forse che Tu hai detto d’uccidere?
Questo e altro come questo pensava Cenzino. Camminava contro sole, un sole non ancora alto e la luce gli fioccava diritta negli occhi, era costretto a portarsi la mano sulla fronte per poter vedere il cammino, o si faceva scudo con gli alberi procedendo sopra le loro ombre.
Giunse su di un prato, mentre la rugiada s’era oramai volatilizzata, ma ancora brillante ai raggi del sole, e sentì felpati passi dietro le felci: le pecore e i maiali avanzavano timidamente ed un ragazzo le controllava in retroguardia. Si scambiarono delle parole e dei gesti, ma nessuno si fermò. Avevano entrambi padroni esigenti, non era prudente perder tempo.
La giornata di Cenzino volgeva al termine quando, sulla strada del ritorno, giunse nei pressi di un castello. Qui volle fermarsi per l’ultima questua prima di dirigersi definitivamente verso l’abbazia.
Nella grande corte vide un ragazzino dai grandi occhi scuri e dai capelli corvini, impastato di terra e di sudore, correre esausto dietro una capretta mentre un grasso uomo rideva, stracciando con i denti voraci un pezzo di carne arrostita, ungendosi il muso da suino con l’osso prima di gettarlo via, scatenando una lotta furiosa di cani che una catena teneva crudelmente a freno.
Il frate si strinse a sé, ma qualche cortigiano lo vide e lo indicò all’uomo come per dire:
“ Adesso ci divertiremo...”. - Monachello - Esordì pulendosi la bocca con il braccio l’uomo grasso - vuoi quella capretta? Se l’acchiappi è tua....Le corna di Gioacchino....Ah! Ah! Ah! Ah! Ma dovrai fare i conti con quest’altra bestia...Ah! Ah! - Indicando con la gamba alzata il ragazzo.
Cenzino sentì come se qualcuno gli soffiasse nelle vene:
“ Libera i cani dalle catene “ Disse ignorando il resto. - Attento frate, farò ringhiare anche te - Disse l’omone ringhiando! Il monaco si rifece piccolo e impaurito fuggì scomparendo lungo un viottolo. Solamente quando credette di essere abbastanza lontano si fermò per riaversi. “ Come sarebbe bello il creato se non ci fossero gli uomini, essi hanno tutto ma vogliono di più e i forti uccidono i deboli!”
Mentre al frate si ammucchiavano in testa troppi e pesanti perché, delle voci allegre e delle risate lo distrassero. Sulle rive del Corace, in mezzo ad un prato che dall'alto sembrava un letto d’erba, alcune donne parevano giocare, vesti stracciate, con alcuni monaci per niente ingombrati dal saio. Si rincorrevano, s’acchiappavano e si rotolavano a terra. - Cenzino vieni, ce n’è anche per te!- Disse una di loro con lunghi capelli neri e un viso splendente. Il frate rimase per un istante abbagliato dalla prorompente bellezza della donna e gli parve di scivolare, ma scappò via e, nella corsa, la bisaccia cadde rotolando nella profonda scarpata.
“ Oh padre Dio, come farò? “ La testa nelle mani e i gomiti sulle ginocchia e le lacrime! Silenzio. Ancora silenzio e il sole, rossa palla che non scalda più, cadeva dietro le colline. Le campane rintoccavano solenni, parevano l’inesorabile giudizio di Dio!
Un singhiozzo nacque e fuggì attraverso le sue labbra.
Poi ecco una lunga ombra nera sulla via bianca di terra precedere un sogno, o una visione? - Che mediti fratello?-
Grave voce e un volto scolpito nel cielo, duro e dolce come Gioacchino...Gioacchino? “ Oh Signore sui sentieri della solitudine c’è sempre almeno un’ombra di Te”!
“ Ho perduto la bisaccia. “