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PER ANTICHE STORIE
strade, leggende, sogni.
Io sono una nuvola rossa, sono fatta di cielo e canto tra i fiori, sui monti, tra le vesti fiorite delle cime. Il mio canto è come quello di un uccello nascosto tra le rocce. Piango al mattino percorrendo il sentiero, lo sguardo alle ultime stelle...
(Canto Kiowa)
STRADE
LUNGO IL FIUME
Gerusalemme era lontana e cantavano gli oceani mistiche romanze, mentre Corazzo viveva quel tempo senza freni, ora che anche il ricordo di Gioacchino sfumava e moriva nel cozzare sanguigno dei bronzi, nell’impeto dei cavalieri...Guido, nobile francese di Pontigny ferito dall’infuriare della tempesta mediterranea, su un relitto vagante nello Ionio mare, assieme al vecchio cistercense Pietro di Faenza e al temerario Carlo di Morimondo, tutti reduci dalle campagne bellicose di terra Santa, cavalieri del tempio di ritorno verso le coste pugliesi, sbattuti dai venti marini sulle rive calabre, raccontavano alla maniera di Ulisse le loro gesta ai monaci di Corazzo. Erano giunti alle mura di quell’abbazia nella notte, dopo lungo cammino dal golfo di Squillace seguendo il fiume. Recavano, oltre alla propria vita e alla baldanza fiera dell’ordine cui appartenevano, misteriosi oggetti celati gelosamente. Le loro tuniche bianche sovrastate da una croce li rendevano simili ai bianchi coracensi, con cui in fondo condividevano l’origine, in quell’epoca di monacali fermenti e dinamismi. I monaci di Corazzo li avevano accolti come fratelli , impazienti di ascoltare racconti della terra di Gesù. La spalla malconcia di Guido fu presto fasciata e il dolore lentamente venne lenito. Il vecchio Pietro, riconobbe a Corazzo le movenze liturgiche che aveva lasciato per difendere con le armi, assieme ai seguaci di Ugo di Pains, Gerusalemme dai pagani e Carlo narrava di spade e corazze senza pause. Il giorno tardava a finire, il sole pareva non aver voglia di baciare il monte Eremita e i frati di Corazzo ascoltavano frementi il suono delle parole dei Templari, partiti dal castello dei cavalieri sulla via di Gerusalemme, quel castello che era “un osso nella gola dell’Islam” per tornare in Francia e invece, per chissà quale disegno divino, trovatisi in quella solitaria abbazia persa in una stringata valle sulle rive del Corace. Cupidigia e idealismo fanatico li avevano mossi: una composizione fatale per produrre crudeltà senza limiti e ferocie che nulla avevano da spartire con l’insegnamento evangelico. Per giorni e giorni i racconti si susseguirono, finchè forte si fece l’amicizia dei cistercensi di Corazzo e dei tre difensori del santo sepolcro. Guido s’avviava verso la completa guarigione, Pietro e Carlo passavano molto tempo con i frati coracensi e talvolta s’inoltravano nei boschi con curiosità. Guido amava da solo discendere il fiume Corace e poi risalirlo dalle rive : gli piaceva il luccichio delle acque chiare e fresche e la dolcezza del cielo azzurro. Un bel giorno giunse a Corazzo Ubaldo di Reims, cistercense proveniente da Citeaux e passato da Casamari. Giunse per erudire i monaci di Corazzo sulle dispute con i Florensi del “traditore” Gioacchino. I tre templari pensarono che fosse venuto il momento di partire con Ubaldo verso nord, anche se a lui non l’avevano ancora detto. E in questo senso si organizzarono. Guido volle ancora una volta abbracciare con lo sguardo l’argenteo Corace, ma non poteva immaginare quello che avrebbe veduto sopra un prato verdissimo e brillante: una ragazza distesa con un fascio di capelli neri sparsi tra l’erba. - E’ più bella della luna sopra le porte di Gerusalemme - Pensò in un attimo. E soffiò le parole che gli rimasero soffocate in gola: “ Dimmi qual è il tuo nome” Ma la ragazza volò. “il suo nome è felicità” Dissero i rami degli alberi e lui le andò dietro senza pensare, senza poter più pensare, per un’erta faticosa fino alle capanne di un villaggio sulla collina. Poi il silenzio avvolse l’aria come i lini d’oriente e un freddo dolcissimo calò con la penombra crepuscolare. E Guido parve svegliarsi da un sonno strano. Fece ritorno all’abbazia con un tremore sconosciuto ed era già notte. Il fiume al chiarore lunare luccicava come le stesse stelle del cielo e mormorava bisbigli inquietanti. Per un attimo gli sembrò che fosse color del sangue ed ebbe paura. Proprio lui: Guido, lo sterminatore d’infedeli! Si portò le dita sugli occhi e li sentì umidi, ma con un sospiro profondo s’avvicinò al ponte e guardò di nuovo l’acqua scorrere: era color dell’acciaio e stavolta sentì bisbigli più forti provenire dall'’altra riva. Pensò ai morti che aveva lasciato a seccare sui campi di battaglia e alla Santa Croce e si rinvigorì. Quel misto irrazionale di paura e orgoglio, di sensi immotivati di colpa e la coscienza di aver agito in Cristo, non furono messi a fuoco, rimasero in un limbo di rimozione perché all’improvviso due nere figure sgusciarono silenziose dall'’ombra e si avviarono verso le mura dell’abbazia. ” Ma chi sono questi due monaci vestiti di nero? Io non li ho mai visti nell’abbazia: sembrano Benedettini! Ma hanno qualcosa di irreale...” Pensò Guido. E la luna si celò e Guido non riuscì più con lo sguardo a seguire il loro cammino. E il portinaio che gli aprì disse di non aver visto nessuno, anzi gli suggerì di andare a dormire perché la sua coscienza cominciava a svegliarsi! Ma nell’ombra del chiostro intravide due figure curve, s’avvicinò e sentì quasi in un bisbiglio: “Fra queste mura regna ancora l’ombra opprimente dell’abate Gioacchino e la sua pesantezza è insopportabile.” - Opprimente? Insopportabile? - “ Si.. Si...Andate via...” “ Ma Gioacchino.. “ “ Nell’aria, nelle pietre, nel vento ristagnano le parole di quel monaco pazzo, voi non l’avete visto...” E Guido non capiva chi fosse colui che parlava in tal guisa, ma riconobbe l’altro: era Pietro. Quando Il giorno dopo i tre templari si ritrovarono per concordare la partenza, Guido volle interrogare Pietro sullo strano colloquio della sera precedente. E Pietro raccontò che in quella abbazia sperduta in quell’angolo di mondo sconosciuto non era tutto lieto: in realtà ci si organizzava quotidianamente per combattere i Florensi di Jure Vetere, ma tra i monaci c’era qualcuno che nell’ombra coltivava ancora i semi gioachimiti ed era costretto a una sorta di clandestinità religiosa. Pietro era stato avvicinato da uno dei più agguerriti monaci nella lotta al ricordo del celichese chiedendo a lui un aiuto per individuare i pochi e tenaci “ eretici” che all’interno dell’abbazia avevano rintracciato i fili dello Spirito di Gioacchino e ne custodivano i segni in segreto. Ma Pietro non poteva, non capiva. Ma era giunto il momento di partirsene, Carlo accelerava i tempi con parole e atteggiamenti, ma Guido non riusciva a scacciare due occhi bruni dalla testa, né in verità dal cuore, e con l’inconsapevole complicità di Ubaldo che pareva essersi innamorato del vino di Corazzo e aveva deciso di sostare ancora un giorno nell’abbazia, ottenne quello che voleva. Così s’avviò lungo il fiume in solinga riflessione, ma con gli occhi attenti. E davvero la rivide: la vide in mezzo alle pecore candide e lanose, come un angelo bruno tra nuvole di candido velluto. Si fermò, lei era immobile, di spalle, e i lisci capelli parevano di seta, ma si girò all’improvviso come se l’avessero chiamata e lo vide nella sua fierezza che la guardava. Lei conosceva i monaci, ma mai nessuno s’era avvicinato tanto, e poi questo non sembrava un vero monaco ed era bello! Guido fece per avvicinarsi e le pecore s’allargarono come ali, la donna rimase ferma abbassando gli occhi finchè se lo trovò vicino. Allora gli alzò gli occhi addosso nel viso e lui ebbe paura delle sue labbra di corallo. Una paura sconosciuta lo avvolse e il cielo parve roteare come il mare in tempesta. Si guardarono in silenzio e la paura si mutò in rivoli d’emozioni. Fu allora che un monaco vestito di nero apparve per magia dietro le spalle della donna e parlò: “ Guido, tu domani partirai, questa donna, questa donna è Paola, e se tu le parli non ti capirà, se resti in silenzio e continui a guardarla penserà che tu la voglia, ma tu domani partirai, come puoi spiegarle chi sei e che cosa vuoi? “ “ Ma tu, tu chi sei ?” Disse Guido, “ non t’ho visto a Corazzo. Ma non m’importa davvero chi tu sia, io voglio Paola.” A questo punto la donna sentendo il suo nome pronunciato da quell’uomo sorrise e dal suo viso partirono raggi che penetrarono il petto di Guido. Il monaco vestito di nero si allontanò senza parole portando sulle spalle una bisaccia che prima Guido non aveva veduto. “ Puru tu si monacu ?” Così parlò Paola e Guido allora sorrise senza capire e lei continuò a sorridere. Furono vicini mentre il sole scaldò d’improvviso e lei se ne andò urlando alle pecore. Il cavaliere restò impietrito per un momento e quando non la vide più tornò verso Corazzo risalendo il Corace. Poco più su il monaco pareva attenderlo. Guido gli disse che voleva portar via Paola in Francia e di andarla a chiamare. “Anche tu sei un monaco!” Disse il frate vestito di nero. “ Questo Paola ti chiese...Lascia stare, vattene..” Ma Paola apparve all’improvviso davanti ai due. Guido sentì più forte stavolta i suoi occhi e pensò: O lei a Pontigny o io in questa valle! E lo pensò ad alta voce e lei sorrise. Frate Fedele, il monaco nero, capì i disegni di Dio e disse a Guido: “ Se resti qui non sarai più cavaliere del Santo sepolcro, non sarai più monaco, lei vuole che tu resti, io ti aiuterò, ma tu devi darmi una reliquia di quelle che portate..” Scambiare quel “ Frustum de lignum sanctissimae crucis D. N. Jesu Xpti “ con occhi di donna sarebbe stato o no, un sacrilegio? Se quella donna era Paola, se il paradiso in terra era l’amore, se la reliquia avesse per sempre segnato le mura di Corazzo infondendole dello spirito, Guido avrebbe donato alla valle del Corace, ai religiosi e agli uomini di quel luogo, un afflato divino. Era un imbrunire scioccante di rosso fuoco quando una scatola di legno si specchiò nelle acque del Corace passando dalle mani di Guido a quelle legnose di frate Fedele. Tremante il frate nero s’avvicinò al suo confratello di fede che sostava poco lontano e stringendo sotto la tonaca il sacro oggetto s’avviarono lungo il fiume verso le mura. Così il seme di Gioacchino custodito e coltivato dai due frati di nascosto, si fuse con la reliquia nell’esistenza dell’abbazia e ne segnò i destini fideistici: rimase sempre a Corazzo una traccia profonda dello spirito come un filo di una memoria che non si cancellò e che talora, anche nei secoli futuri, anche in quelli che seguirono la sua rovina, sfavilla nelle notti come un tempo e solo pochi riescono a vedere, o a sentire, ma lo spirito corre in ogni pietra, come a Celico, sopra quella della vigna su cui pregava giovinetto Gioacchino, come a Pietralata dove egli fuggì cercando Dio, come a Pietrafitta dove lasciò la sua energia e il suo cuore... Guido e Paola andarono via anch’essi lungo il fiume e nessuno seppe se la loro meta fu la Francia o Castagna...
IL VIAGGIO
Da bambino già celavo sotto un mantello di tenerezza la mia tenace ambiguità, un altro me mi scivolava dentro. Col tempo nella mia stanza piena di silenzio appariva talvolta come un lampo il fantasma del suicidio: una scelta eroica capace di dare un senso ai piatti inganni quotidiani. Era un’altra vita: una vita cosparsa di silenzio. Mi era facile nascondere la mia seconda vita, mi accorgevo che era questa la cosa più facile del mondo poiché gli uomini sono stupidi, preferiscono non pensare, si accontentano di quello che si vede perché così sublimano la loro pigrizia mentale. Era cominciato come un gioco, un gioco nato per paura, per evitare una punizione dopo una infantile birichinata. E mi accorsi della facilità dell’inganno. La mia fragilità appariva irrimediabile come un abito del destino, cucito addosso. Ma il mio cuore non lo conosceva nessuno. Gli urti che avevano segnato i secoli in realtà furono l’unica cosa che mi turbava, che faceva vacillare la mia mente. Urti grandi, poderosi: le lotte senza speranza degli schiavi e i briganti massacrati: m’innamorai irrimediabilmente dei condannati alla sconfitta e all’oblio, dei randagi e dei perduti: i libri di storia erano il mio eden, le foto degli emigranti vestiti di stracci e dagli occhi spenti il mio pane. Macinavo in silenzio strategie vendicatrici. Un giorno, che finalmente avevo un piano ideale preciso per abbattere le logiche di questo mondo ingiusto, su un libro di storia sfogliato per cercare le parole giuste da utilizzare per il mio trattato teorico, lessi la parola comunismo: maledizione! Mi hanno copiato le idee! “Nuvole rosse” era il nome che titolava i quaderni ora in cenere della mia gioventù. E mentre i miei amici non sapevano nulla di me e delle mie idee e continuavano a parlare di libertà astrattamente, di società di eguali e di salari, di classe operaia e di scioperi continuando a mangiare e a dormire tranquillamente, io di nascosto progettavo assalti armati alle sedi del potere. Niente avrebbe potuto far loro pensare o sospettare quello che io covavo nel cuore con una rabbia immensa. Era troppo forte l’urlo di generazioni di oppressi, era insopportabile! Ma come si può rimanere indifferenti alle maree di uomini che muoiono di fame, di bambini scheletri, mentre c’è gente che vive in palazzi inaccessibili, in un mondo dove solamente chi ha soldi ha diritti? Il mondo diviso in due: tutto è diviso in due: ma io da che parte sto? Io mangio, io leggo, io gioco...E Dio? Da che parte sta Dio? Scoccò l’ora di partire, di lasciare le parole nel fosso lungo la via della vecchia casa di pietra e creta, scoccò l’ora di partire come i miei zii, come quello che morì annegato a vent’anni nel canale Villoresi mentre tentava di acchiappare la vita protendendo le braccia verso riva e lo sguardo al cielo, e portai con me solo i quaderni con su scritto nuvole rosse. Passò il tempo nella confusione della mente e nella ricerca vana d’applicare le mie strategie in una Roma tanto sconosciuta quanto frenetica, quando un pomeriggio il mio grande amico Raffaele mi portò con sé in un posto strano dove la parola “movimento” occupava la gran parte dei discorsi. Ma lui, dopo qualche veloce scambio d’opinione con alcuni presenti che osservavano in silenzio come noi, mi tirò fuori e mi trascinò fino a via dei Liburni, vicino al suo appartamento, e mi disse che lui in quel posto non ci avrebbe più messo piede. E camminammo e vedemmo gruppetti di giovanissimi “fuori sede” che si dondolavano stupiti per le strade. I giovani studenti appena giunti si riconoscevano subito: vagavano come derive, stupefatti della grandezza di Roma su quelle strade luccicanti che i loro padri non conoscevano e non conosceranno, i loro padri contadini che puzzano di terra e sudore, i loro padri che li avevano “spediti” a conquistare il mondo, il riscatto, per una “Nemesi” vagheggiata lungo anni di schiena curva per vederli un giorno tornare avvocati o medici fasciati da sgargianti cravatte. E loro tanto piccoli e tanto ingenui si ammucchieranno dentro stanze spoglie, dentro monolocali dove impareranno a friggere uova e continueranno, celati, in una solitudine e in una malinconia irrimediabili, a parlare il loro dialetto. Ma io invece ci tornai spesso in quel posto, senza passare più da casa di Raffaele: finchè un bel giorno lì non trovai più nessuno: cieli duri sulle cineree strade deserte del primo pomeriggio tiburtino, cieli d’acciaio sopra la terra amara dell’ingiustizia, non era facile alzare il capo, guardare avanti e avere il coraggio di aprire gli occhi non sembrò facile su quel mondo che mi appariva devastato e ansioso di vendetta. Quel giorno passai da Raffaele. Mi disse che quello era un “covo” e coloro che lo frequentavano avevano cambiato “sede” perché così facevano. Io insistevo a farmi dire dove avrei potuto ritrovare quelle persone e lui mi disse che si sarebbe informato e di ripassare da lui dopo qualche settimana. Ma prima che scadesse la settimana fui testimone di un episodio inquietante : vidi due persone scendere da una grossa moto e sotto il casco avevano il passamontagna, uno dei due era Raffaele. Lui non mi vide, ma io vidi loro armati. Mi voltai e mi nascosi. Dopo pochi minuti la moto rombò via sfrecciando. Il giorno dopo mi presentai a casa di Raffaele, ma lui non c’era. Non c’era neppure il giorno dopo. E non ci fu per quasi un mese. Lo incontrai per caso assieme ad una ragazza dai capelli corti e neri che fumava nervosamente a piazza Venezia. Gli dissi senza tanti preamboli che volevo essere con loro. Lui mi guardò, poi guardò la ragazza che sorrise calma e le disse di me un nome falso, poi continuò: “ Bene, allora vai dietro a quel tizio con il cappello verde e domani mi dirai dove abita, tanto con la tua faccia anche se ti vede non immaginerà certo cosa vuoi da lui!” Dopo venti giorni il tizio si trovò cinque pallottole nei polpacci. Io ridevo. Raffaele aveva cambiato appartamento: ora abitava a via degli Ubaldi e ci vedevamo a scadenze fisse. Io dei suoi compagni intravedevo talvolta qualcuno e più spesso la ragazza, che era davvero molto carina con quel suo visino scuro. Prima di citofonare, però, dovevo controllare le macchine che stazionavano fino a cinquanta metri dal portone sui due lati della strada ogni giorno alla stessa ora. Raffaele mi raccontava molte cose della Rivoluzione: anche delle cellule del Nord. Raffaele non era romano, veniva proprio dal nord, ma a Roma era vissuto per molto tempo. Poi un giorno, finalmente, partimmo con la sua macchina e vicino al mare incontrammo una decina di compagni: qualcuno già lo conoscevo di vista. Ebbi il compito di appoggiare qualche nucleo incaricato di pedinamenti. Fu un periodo intenso e vibrante , provavo un piacere quasi sadico ad ascoltare i discorsi banali della gente che commentava qualche nostra azione con la sua ipocrisia e la sua impotenza: durò poco. Un bel giorno Raffaele fu arrestato e un compagno di cui non ho mai saputo il nome mi disse che la mia avventura con loro doveva considerarsi chiusa, che c’era oramai solo bisogno di clandestini, ma un ultimo lavoro dovevo farlo: andare a Parigi e incontrare una persona, ascoltarla e poi una volta tornato a Roma scrivere le cose che mi avrebbe confidato e fare avere il documento al portiere di un palazzo di Primavalle, cosa che mi sarebbe stata facile, poi dimenticare tutto. Pensai molto alle parole del compagno e vi compresi cose non dette: se vuoi stare davvero con noi devi scomparire, devi avere il coraggio di lasciare tutto...Non ebbi questa temerarietà e scelsi il viaggio. Cadeva una pioggia sottile tra le pensiline: era come un balsamo per le mie tempie arroventate dai pensieri. Che pensieri! Il sogno, l’ancestrale sogno di vedere Parigi, Parigi di cui avevo addirittura sognato le strade, le piazze, i cinema, nelle noie delle insonni notti adolescenti, si sarebbe realizzato. Ci andavo in compagnia. Certo, c’era anche una lei, ed era carina, ma fredda e inarrivabile, e c’erano Nardo e Mauro. Alla stazione non c’era molta gente quella notte: Natale era passato e le flotte caotiche degli eterni emigranti navigavano ormai lungo le rotte della rassegnazione. Io pensavo che non avrei più rivisto il mio paese, ma non mi dispiaceva: tutta quella gente piegata su se stessa si sarebbe drizzata solo se io avessi fatto quello che stavo per fare. La mia fierezza mi sovrastava. Poi lei, che con me aveva parlato in verità solo poche volte, ma sempre sorridendo come ad un bambino, mi chiese se avessi freddo e io le dissi di toccarmi la testa. Me la toccò e sorrise in maniera diversa. E il treno arrivò: Espresso per Paris gare de Lyon. Montammo. La carrozza era semi vuota. Restammo in silenzio mentre Mauro controllava la sua borsa. Mi diede una cartina di Parigi, e mi fece notare dei cerchi rossi, e un’agendina con delle istruzioni, poi uscì nel corridoio a fumare: Nardo non fumava e il fumo gli dava fastidio. Lei lo seguì. Nardo s’appisolò. Io mi rigiravo tra le mani la cartina. A Firenze, senza dir nulla Mauro scese dal treno: lo sapevamo già. A Bologna scese Nardo: e questo non lo sapevo! Era notte ed ero solo con lei. Lei parlò, mi spiegava com’era Parigi come si parla ad un bambino il primo giorno di scuola: io la guardavo così bella e pensavo altro...!Lei forse lo capì e mi fece ripetere tutto per filo e per segno, poi mi diede un fugace bacio sulla guancia e mi disse: “Ci vediamo quando torni!” Non feci in tempo a capir nulla e lei era sparita nella stazione di Porta Garibaldi, quasi spinta dal vento sui marciapiedi deserti. Solo: tra le brume nordiche della notte e la borsa come un fantasma per compagna. Pensavo alla Rivoluzione in un confuso dormiveglia. Ma all’alba, in terra francese, giunse nel mio scompartimento Claudette con sua madre. Non so come fece a capire subito con i suoi occhi, due chicchi d’uva, che ero italiano, e mi disse: buongiorno. Ma poi tra i libri che portava con sé ne vidi uno che conoscevo bene: “Le avanguardie letterarie nell’idea critica di Guillaume Apollinaire” con la sua copertina bianca. E così anch’io le parlai. Dapprima tentai in francese, poi in un italiano franceseggiante. Ma lei era brava: capiva lo stesso! Parlammo di Baudelaire e Rimbaud, di Jarry e Cocteau, di Paris e Roma, persino di Gabin e Delon e lei di Simone Signoret e poi mi disse che era appena tornata proprio da Roma, dove studiava l’italiano e leggeva i libri dei poeti francesi nella nostra lingua. Avrei voluto lei per guida lungo la Senna. Ma scese dal treno prima di arrivare a Parigi. Non feci nemmeno in tempo a chiederle dove studiasse a Roma e la vidi già fuori dal treno correre verso un ragazzo biondo. Ripresi la cartina e l’agenda e sospirai lungamente. E fu all’improvviso che mi venne la nausea, come la piena rovinosa di un fiume che travolge tutto. Scesi dal treno e mi sentivo triste, volevo annegarmi dentro Parigi senza più ansie, camminavo lentamente nella stazione finchè vidi due uomini che mi guardavano, due ragazzi : uno lo conoscevo! Per qualche mese, l’anno prima, aveva frequentato con me lezioni sul manierismo del Tasso all’università, mi diceva di essere di Perugia, poi era sparito. Mi si avvicinarono e mi parlarono molto confidenzialmente. Prendemmo un latte al bar e ci sedemmo ad un tavolino continuando a parlare. Dopo circa mezz’ora mi accompagnarono ad un treno che andava a Genova e mi dissero di non andare più all’indirizzo di Primavalle, ma di tornarmene al mio paese. E nel treno pensavo che una tappa decisiva nella vita è data sicuramente da quando si acquista la coscienza che nel mondo ci sono così poche persone fatte apposta per noi o, per lo meno, con le quali riuscire a star bene insieme, che diventa difficilissimo incontrarne almeno una, allora o ci si ammazza o si setaccia l’universo: spesso la scelta è dettata dall’umore di un momento o decisa da mera casualità. Se poi queste persone sono lontane nel tempo più che nello spazio, non si rintracceranno mai: Era questa la mia condizione d’animo tratteggiata da un silenzioso dormiveglia: avevo camminato nel mondo per venticinque anni e mi sembravano immensi e credevo che sempre “altrove” fosse quello che cercavo, altrove nello spazio e altrove nel tempo: ma poi chi avrebbe potuto spiegarmi che fosse il mondo, mio padre? Se l’unico mondo che conosceva era un campo da arare? Ma poi, stanco, mi assopii senza capire perché il mio cervello si fosse messo a elaborare quel ragionamento, compresi solamente che volevo fuggire da me stesso. Quando fui a Roma m’accorsi subito, dall’aria che si respirava nella stazione Termini, che molte cose in quelle quarantotto ore erano accadute. Eppure volli andare spudoratamente a Primavalle per vedere quel palazzo: era bruciato! Così andai a calpestar foglie morte lungo la solitudine dell’Aurelia antica. Il giorno dopo mi recai con ingenua tensione in piazza San Luigi dei Francesi affinché un delicatissimo sogno cancellasse per sempre una disperata e violenta illusione, ma di Francia non v’era altro che l’odore e nemmeno l’ombra di Claudette. Allora girai alcuni precisi posti della città e notai le facce che volevo: capii che nessuno sapeva o voleva saper nulla di me, proprio come io non sapevo e non avrei mai saputo nulla di Parigi! Non ricordo come fossi in quel tempo: al tempo delle Parole, delle parole che stregavano! Né riesco a capire se quel viaggio fosse solo verso Parigi o anche, attraverso il cuore, verso la mente.
L’ULTIMO INVERNO
Vagante agli aliti del vento discendeva il corio poggiandosi al vecchio bastone e pareva leggero come una piuma: volava e planava nella piazza come un condor. Allora esclamava parole piemontesi ai furfantelli che lo sfottevano, poi ringhiando dentro di sé continuava la discesa fino al pizzo sottano e si barricava in casa dopo un ultimo brandir di bastone. Quello stesso bastone che in un gelido pomeriggio d’inverno usò senza scrupoli per spaccare d’un solo colpo due piatti: i suoi amici di vino e rassegnazione, Pappici e Giacomino detto Pastillo, per un estremo tentativo di uccidere l’angoscia che li consumava, per assaporare pochi minuti di serena normalità, avevano deciso di mangiare un bel piatto di pasta e fagioli nell’osteria. I piatti fumanti sul tavolo già proiettavano aromi carnosi e vitali quando Cicito varcava l’ingresso del locale e i suoi occhi si fissavano sull’estemporaneo desco. I due forse non si accorsero nemmeno del nuovo arrivato, o forse fecero finta di nulla, presi com’erano dall’eccitazione del caldo pasto, fatto fu che il Cicito s’infuriò e dicendo: “ Maledetti fedigrafi. Tho! Avessero detto almeno mangia un boccone...” Sbattè il bastone con violenza sui piatti che li spaccò entrambi e schizzò il brodo sulle pareti e la minestra tracimò sul tavolo e sul pavimento. E all’ostessa incredula disse con voce ferma: “ Li pago, Li pago...” E quando, nei freddi e noiosi pomeriggi invernali, dopo che nelle strade aveva sparato il silenzio in culo al vento, mentre sorseggiava il suo vino nell’osteria, poco prima che il buio scendesse senza scrupoli sul paese, rintonavano le campane a morto, egli si rizzava in piedi sulla sedia saettando il bastone e dicendo compiaciuto: “Mi son vivo: o Mastro Ciccio o il Prefetto!” Una sera che le disperate crudeltà adolescenti parevano aver superato i limiti imposti da un’etica invisibile, l’uomo aveva raccolto una pietra enorme che a fatica portava tra le mani come improbabile arma contro la sveltezza dei ragazzi, quando incontrò la banda randagia degli scapigliati e uno gli disse ridendo : “ Cicì hai comprato il sale?”. Lui furibondo rispose: “Si, per sbattertelo in testa!” La sua virilità era ancora accesa e lo diceva senza pudore. Talvolta, con qualche litrazzo in più in corpo, abbordava la figlia di Meraglia e la invitava a casa sua per un altro bicchiere. La donna, grassa e sporca, sempre ridente per qualche virus di ebetismo, abbarbicata ai segni atavici della povertà e di un dolore incomprensibile, affamata come un animale, abituata ai crudeli agguati della gente e alle angherie umilianti dei giorni e degli uomini, lo seguiva a testa china sperando in un pezzo di pane e un mezzo di vino, fugando con improvvisi ancheggiamenti i ragazzetti che la seguivano e la ingiuriavano. Ma dentro casa: “Prima spogliati, poi il vino...” E l’odore della puzza di sporcizia del suo corpo sudato invadeva l’aria stantia della stanza. A questo punto l’uomo si riprendeva la propria dignità e intravedeva nel suo animo una coscienza di vecchio: “ Vattene via tentazione dell’anima mia...!” Urlava brandendo il bastone e la poveraccia si riprendeva gli stracci e fuggiva impaurita. La attendeva poco lontano, con lacrime soffocate, suo zio Nicola fingendo rimproveri per darsi un contegno in mezzo alle platee umane che aspettavano da lui un segno, una performance da guitto, e lui consapevole di essere al centro del proscenio, sentiva la responsabilità del ruolo, il peso degli sguardi. Lo chiamavano “Brutto lupo” forse per il fiabesco assioma che associava il suo nome al fascino misterico della belva dei boschi, pensando l’attributo congeniale alla sua strampalata faccia segnata dalla informe patata del suo naso e della fronte incavata. Non c’era uomo che non l’avesse almeno una volta beffeggiato con parole irridenti. Ma i più colpevoli eravamo noi: i tardo - adolescenti. Eravamo allevati su modelli che trovavano la ragione delle loro ideologie piccolo - borghesi nella pantomimica imitazione della discriminazione sociale imperante. Essa imponeva, riproponendo caratteri tipici di una più vasta struttura sociale, riconoscimento di scale umane sui disperati. E questo anche in un mondo fatto di nulla dove per noi non c’erano né spazi né stimoli: solo la strada e il buio della notte. Lui, confusamente e goffamente, ai nostri sberleffi opponeva tentativi di appropriazione di dignità, tentativi di raggiungimento della mediocre dignità degli altri barcollando come un giunco tra la selva pungente delle ironie, poi forse ci bruciava qualcosa dentro e fuggivamo. Ci rifugiavamo da mastro vergine il filosofo calzolaio a bere vino e ad ascoltare storie di amori impossibili, come quello per una principessa trovata e perduta in un giorno o quello, nella Torino operaia del ’60, quando abitava l’ appartamento proprio sotto quello di una prostituta... fino a quando la malinconia s’impadroniva senza rimedio di lui e ripeteva la stessa filosofia: “Siamo tutti vermi di terra, perché qualcuno deve alzare la testa? “ Talvolta spiavamo il forte “Dambaradam”, reduce dalle glorie d’Africa, con la sua corona di peperoncini rossi appesa al collo, rifugiarsi nel cimitero, poi fuggivamo verso le campagne e le strade di terra calpestate da passi furibondi lanciavano strali di polvere fino al viso segnato da foruncoli rinsecchiti, dalle tracce evidenti dei rasoi paterni. Saltavamo come arieti tra le siepi e i rovi fino ai ciliegi, splendidamente rossi e magici come sogni ancora incomprensibili, irraggiungibili. Dopo aver devastato orti e colture tornavo stanco tra le case del paese con sensi di colpa e mi rifugiavo da mia nonna. E un giorno, seduto sul gradino della casa àvita, vidi uno strano personaggio: “ Nonna chi è quell’uomo che salta con solo due passi tutta la strada dall'’avvocato a compari Santo?” Agile come un grillo e leggero come una piuma quell’uomo volava a gambe lunghe e planava feroce e minaccioso al cospetto di qualcuno. Mia nonna fece dapprima finta di non sentire, poi guardò fuori dalla porta e mi disse: - Stai dentro!- Chi era quell’uomo dallo sguardo felino e dalle braccia nervose, secco e duro che sembrava un fulmine? Quando dopo anni lo conobbi da vicino, celava sotto modi gentili il suo cuore d’una volta che ardeva in silenzio. Partivamo numerosi con lui nelle Sile per funghi: numerosi e affamati, affamati d’avventura, pronti a succhiare la vita dai faggi secolari e dalla maestà della natura. E una volta mi persi: mi perdetti da solo, nella valle del Tacina. E quell’uomo urlò per ore il mio nome accompagnandolo a imprecazioni e bestemmie furiose, finchè all’improvviso apparvi da dietro un cespuglio fiorito, irresponsabilmente sorridente. Fu allora che quell’uomo dimenticò per sempre il suo passato e sorrise anche lui. Col tempo cresceva in me il dolore antico del tempo, l’angoscia mi si ficcava dentro i vestiti come un rettile e capivo il nulla! Il tedio di Castagna camminava con me come un compagno nascosto nella mia ombra. Le vie consumate tra rovine di catrame divelto dall' indifferenza, tra i ciottoli che ingombravano ad ogni passo i piedi, così meccanici e freddi, nella polvere che il vento scollava dai muri di creta, dalle pietre d’arenaria che si polverizzavano contro l’azzurro del cielo, le vie erano sempre e solo vie d’inverno. Gli orti rinsecchiti, minuscoli tra le case screpolate, l’odore della terra nera che si stendeva sotto drappi di ghiaccio, i pruni dritti irrigiditi e i fichi come scheletri inquietanti e il deserto di ogni via, la solitudine di ogni segmento di cielo erano però sepolcri dell’ inverno. Ma nei giorni che il sole appariva quasi caldo a consolare si sentiva il respiro dei secoli, negli orti si vedevano anche pagliai, baracche, capre, si sentiva l’odore dell’acqua, la fatica del vivere, si sentivano il sonno, le schiene curve e il mutismo. E mentre camminavo a pugni stretti verso la fine del giorno pensavo: è l’ultimo inverno che vivo qui. Poi tornava il mattino .
GLI ZINGARI DEL MARE
I capelli a cresta di gallo, disordinati e chiarissimi, le labbra troppo carnose per non turbare, una voce sottile e svergognata: ”Dammi una sigaretta!” Mario le ficcò gli occhi in viso come a dire: ”Ahò!” Ma il suo sguardo duro si sgonfiò presto e una sigaretta apparve per magia nelle sue mani che in silenzio si tesero verso di lei. La ragazza la strinse subito tra i denti e sparì ingoiata dall’azzurro. Dal mare arrivavano folate calde e il sole bruciava la testa. Gli amici di Mario cercarono l’acqua per affogare la cappa di sudore che avvolgeva i loro corpi e le bracciate furono lunghe e nervose. Mario non si tuffò, cercò con gli occhi quell’immagine fulminante e camminò sulla sabbia rovente finché i piedi resistettero. Poi al richiamo beffardo degli amici fu costretto a tuffarsi e tenne la testa sotto il pelo dell’acqua per un eterno minuto. Il mare lo consolò. Tornato sulla terra ferma riprese a camminare sulla sabbia ora intiepidita da una leggera brezza.E distesi vide strani uomini sulla spiaggia coi vestiti bagnati addosso e altri vestiti in mare e vecchie donne coi capelli lunghissimi sdraiate sulla sabbia dentro abiti fradici d’acqua. Allora s’accorse che stava tramontando: gli amici erano andati via e lui osservava quella strana gente. All’improvviso sentì un’aria troppo calda per quell’ora sfiorargli il corpo: la ragazza dai capelli di gallo passava vicino a lui ridendo e ancheggiando come se parlasse da sola. Mario si paralizzò per un attimo e lei era già sulla strada ove salì su una strana e vecchia macchina giallastra. Per giorni Mario andò su quella spiaggia a fumare ,finché, dopo vane attese, rinunciò alla speranza. Ma una sera, mentre i suoi amici leggevano ad alta voce il manifesto incollato al muro sfatto di una strada perduta tra i rifiuti suburbani sentì una voce: ”dammi una sigaretta!” Mario si voltò e rivide quelle labbra adesso più rosse e gli occhi malamente truccati e il viso goffamente incerato: la guardò quasi con le lacrime agli occhi e disse No! E lei chiamò un ragazzo con voce nervosa, lo prese spudoratamente sotto braccio e sparì nel boschetto arso di pini sul lungomare. Mario si allontanò da solo in quell’imbrunire caldo guardando il mare e la luna illuminava lenti pescatori alla deriva e al largo lanterne di sparute barche luccicavano come stelle sole. Allora capì che era già notte e tornò lentamente verso casa e s’infilò a letto con gli occhi già quasi chiusi, ma non dormì. Il giorno dopo Mario e i suoi amici si recarono sulla spiaggia quando il sole era già alto e mentre velocemente gettavano i vestiti sulla sabbia furono attratti da un chiacchiericcio concitato e vivace: uno strano gruppo di persone scendeva sulla spiaggia a branco. Donne vestite di nero, vecchi macilenti con giacche di velluto e bambini: essi soli mezzi nudi, sciamavano sulla sabbia rovente ridendo e parlando una lingua incomprensibile. Poi uno di loro scese nell’acqua a piedi nudi con i calzoni lievemente rivoltati ma con addosso la camicia e si tuffò senza esitazioni riemergendo con naturale piglio, poi una grassa donna fece altrettanto e piano piano quasi tutta la comitiva scivolò nel mare. Mario restò ad osservare le strane maniere di quella gente e notò una coppia di ragazzi che si bagnavano insieme, lui era robusto, capelli neri e lunghissimi, lei appariva magra con la maglietta incollata sulle spalle e, quando si voltò, incollata al seno e il viso era il viso che non lo aveva fatto dormire. Lei si tuffò sott’acqua da sola e riemerse di fronte a Mario, corse fuori dal mare danzando sulla battigia e quando lo vide si fermò cercando di mascherare una specie di disagio, ma fu un attimo e riprese una baldanza che forse le era consueta e parlò ad alta voce una lingua ignota. Mario per un attimo s’illuse che andasse verso di lui e cercò spasmodicamente le sigarette, ma la ragazza, dopo avergli dedicato un lungo e sibillino sguardo con i suoi occhi arrossati, cercò rifugio nel gruppo di quegli insoliti bagnanti vestiti. Mario guardò ancora in quella direzione come cercasse parole a giustificare il proprio stato d’animo.” Una zingara! Era una “zingara” disse dentro di sé e per un lungo attimo gli apparve l’immagine di un pergolato e di una volpe.
LEGGENDE
LA TREMPA DEL MUTO Viveva in un’epoca remota in un pagliaio addossato ad un grosso castagno, sopra un luogo reso umido dallo scroscìo di un torrente, un uomo: un pastore di nome Toti. Aveva moglie e tre figli. Uno di questi: Lino, non parlava. Egli era il maggiore, dopo di lui Nina e Mico. A Lino venivano affidati i maiali poiché per la maggior parte del tempo questi rimanevano legati e quindi non sparivano alla vista e non c’era bisogno di urlare. Nina, oramai in età da marito, governava le due capre e Mico le pecore. Maruzza, moglie dell’uomo, si dedicava per lo più agli orti e alle faccende della terra. Toti spesso se ne partiva e non si vedeva per giorni: talora ritornava sanguinante, altre volte con la bisaccia piena. Attorno al pagliaio poche abitazioni sparse qua e là sull’erta. La vita delle persone che vi abitavano era identica e immutabile. Un giorno Toti, segnato dall’enorme stanchezza del vivere, rese l’anima a Dio. Lo trovarono supino con la bocca spalancata come se avesse voluto ingoiare il mondo, tra le felci di un pantano, attratti dal belare singhiozzante di una pecora, due monaci del monastero di Santa Maria del Corazzo. Essi conoscevano l’uomo, come del resto tutti di quella trempa, e caricatoselo sulle spalle lo portarono alla moglie e ai figli. Lino li vide salire e spinse i maiali in un recinto. I monaci pronunciarono parole latine e andarono via in fretta. Fu sepolto in cima al colle, vicino ad altre fosse, ad altre croci. Da quel giorno Lino, che avrebbe dovuto per antica legge assumere lo scettro di capofamiglia, fu quasi dimenticato dai suoi congiunti. Nina amoreggiava ormai sfacciatamente con un porcaro del fondovalle, il giovane Mico ebbe una sorta di regressione e si aggonnò alla madre che, da sola, si sfiancava a trarre dalla terra qualcosa da mangiare. Così il muto se ne partiva al mattino, spesso abbandonando il maiale libero nei boschi vicino casa, e faceva ritorno a sera giusto per dormire. Maruzza sentiva ogni giorno più forte il peso degli anni e l’inverno giungeva senza sconti. Riuscì un giorno a riunire i suoi tre figli dentro il pagliaio e gli parlò con un filo di coraggio, disse loro che bisognava stare uniti, farsi forza e decisero che era venuto il momento di scannare il maiale per poter ancora mangiare. “Lo farò scannare a Torone” Urlò Nina e rise forte. Così l’indemani, all’ora di primo mattino, le strazianti corde dell’animale emisero nel gelo dell’alba vibrazioni tanto acute che penetrarono anche nella testa di Lino, nascosto dietro un frassino ad osservare il maiale dimenarsi e crollare a terra buttando sangue a fiotti dal collo lacerato: fuggì verso il torrente. S’inerpicò per il fitto selvame del colle fino ad un dirupo sul cui ciglio sedette a precipizio ad osservare il filo d’argento del torrente che si sgomitolava sotto di lui. A sera tornò al villaggio intirizzito dal freddo. Un gruppo di uomini e qualche ragazzo, anche suo fratello, stavano intorno ad un fuoco da cui si sgretolavano odori penetranti. Si precipitò a scaldarsi le mani gelate e s’accorse dai movimenti delle labbra di quegli uomini che essi ridevano, ma nulla gli importò. Poi Mico, che pareva rinato, gli si avvicinò porgendogli un pezzo di carne: la divorò senza più ricordare l’immagine dolentissima del maiale scannato. Qualche giorno dopo Torone lo avvicinò chiedendogli a gesti di portarlo da sua madre. La donna appendeva alle travi più alte del ricettacolo pezzi di carne e quando vide i due entrare sorrise e pensò: “Una bocca in meno...”. In effetti Torone chiedeva di sposare Lina e di portarla via, dalle sue parti: un gruppetto di pagliai poco più giù. Verso la fiumara. E così qualche settimana dopo si decise di andare, le due famiglie insieme, al convento di Corazzo per il matrimonio. Il giorno destinato Lino non si vedeva. “Sarà alla sua trempa!” Diceva la madre ormai consapevole delle abitudini del figlio .“Andatelo a chiamare”. Incalzò il padre di Torone spazientito. Ma ecco apparire d’incanto i suoi riccioli neri e il timido sorriso. Si partì. Lungo il vialotto di fango la breve processione procedeva lenta e circospetta. Quando si giunse vicino ai pagliai della valle alcune persone si videro in attesa e gli occhi di Lino si fermarono sul bianco viso di una ragazza che si unì allegra al cammino. Continuava a guardarla e lei si incuriosiva che non le parlasse. Lungo il sentiero che costeggiava il fiume, sfiorato da scheletri d’erba e ancor gelato, Lino restava l’ultimo della fila e tra le teste giocava a cercare quella di lei e lei giocava furbetta a nascondersi. Poi, appena traversato il Corace, la ragazza rallentò e finì proprio davanti a Lino. Talvolta si voltava e gli lanciava sguardi veloci e beffardi, finchè addirittura gli camminò a fianco. Il cuore di Lino cominciò a buttare sangue come il collo del maiale e, nonostante il freddo, un calore insopportabile gli aggrediva i piedi e la pancia. Camminava e ad ogni passo ingoiava saliva, camminava con lo sguardo gettato in avanti e non trovava la forza di guardarla, voleva scappare, fuggire, gettarsi nel bosco, sparire...E molte, molte parole si soffocavano nella sua testa... si soffocavano. E lei all’improvviso si fermò e lo trattenne. Lui si voltò e i suoi occhi la penetrarono, ma le labbra si mossero silenti: “ Colpiscimi, finiscimi , fammi a pezzi!” La ragazza restò sorpresa e si turbò, poi allungò il passo senza più voltarsi, il convento era già davanti a loro. Lino riprese lesto a camminare e già cadevano gocce pesanti di pioggia mista a neve. Nella chiesa un solo monaco: diceva parole che non si capivano, poi cantava, poi sussurrava, poi taceva e guardava; ma lei più non c’era! Lino uscì, fuori pioveva lento e gelido, si stringeva nella pelle di pecora, e la vide sgattaiolare da dietro un cespuglio e venire verso l’ingresso della chiesa, gli passò accanto ma non lo guardò. Lui la seguì con lo sguardo e con il corpo girandosi, poi dal medesimo luogo vide uscire un monaco con fare mansueto e silenzioso. Il religioso lo notò e gli fece un ironico saluto con la mano destra alzata a tre dita e con la bocca sillabando: Cristus. Egli non capì, ma intanto era terminato il rito e la processione ripartì, vide che tutti erano contenti e anche lui sorrise. Poco prima dei pagliai, quasi s’era scordato di lei, la rivide col viso rosso e la bocca più larga, gli fece un’impressione strana, ma ella lo guardava in un modo...Gli si avvicinò decisa e prese la sua mano: a quel punto cominciò a nevicare. Lo tirò sotto una roccia e gli faceva segni con le mani, lui non capiva ma guardarla negli occhi era una vibrazione dell’universo. Restarono soli e il freddo pungeva quasi come il suo sangue. Alzò faticosamente una mano e le toccò il viso con le dita gelide, lei sorrise e lo baciò fuggendo. Lino rimase immobile mentre la neve gli copriva le spalle e la guardò correre finchè divenne un punto nero, poi intraprese il sentiero delle Pantanelle. Il mattino dopo la neve aveva reso tutto uguale. Il muto camminava leggero sulla coltre, raggiunse a valle il torrente e l’osservò correre più veloce del solito baciato da quelle rive candide e tonde. L’attraversò saltando agilmente un’angusta gola e si diresse sul ciglio del burrone, sulla “Trempa” e si fissò sulla roccia umida a strapiombo, dopo avere scalciato la neve. Faceva freddo ma dal fondo pareva provenire un’aria tiepida, come di vapore. Guardava i rami degli alberi ondeggiare per il candido peso e i fusti neri e piangenti. Pensò alla ragazza e sentì proprio caldo, sentì l’impulso di rivederla, di guardarla negli occhi, di toccarla: per un attimo gli parve di scivolare, gli girò la testa. Ma ritornò giù per il sentiero lentamente e ripassò al di qua del torrente. La fonte che scorreva sotto il villaggio infilata tra le pietre era solo un filo di ghiaccio. S’avvicinò e lo ruppe portandoselo tra le labbra a dare sollievo alla sua stanchezza. Brillò allora l’acqua della fessura rocciosa come una canzone. Una canzone che solo lui poteva udire e che lo spinse verso valle camminando contro sole, quel sole che lanciava raggi accecanti come un invito. E dopo un po’ vide i pagliai come mucchi di neve. Si fermò: il cuore gli batteva troppo forte e tornò indietro, ma dopo due passi si fermò di nuovo, strinse i pugni e si girò, vide così una figura nel bosco china. Una tenera figura: era lei che ammucchiava frasche strappandole al gelo. Si avvicinò quieto e la guardò, la vide sudata e stanca, non s’era accorta di lui, la vide con la mano togliersi i capelli dal viso e fu allora che lo scorse. Balzò in piedi impaurita, ma avendolo riconosciuto gli fece segno d’aiutarla. Lino tolse le mani dalle tasche e cominciò a strappare i rami secchi dagli alberi e ammucchiarli con gli altri. Tentarono poi di legarli con lunghi fili di ginestra: mentre lui stringeva lei faceva i nodi e infine ella gli fece segno di caricare il fascio sulla sua testa. Lino abbracciò con tutte le sue forze il mucchio di legna e cercò di poggiarlo delicatamente a lei sul capo ma scivolò e le cadde addosso sulla neve, la fascina rotolò lontano e le labbra della ragazza spiccarono rosse come grosse ciliegie mature tra le sue gote gelate. La bocca semichiusa apparve come l’ingresso di un mondo di tremanti sensazioni: il suo corpo era un giaciglio mistico. Lino restò prigioniero di catene roventi: le braccia di lei. Rotolarono sulla neve incollati finchè della ragazza s’aprì la camicia e il seno balzò caldo e prepotente a riempire il palmo della sua mano e un brivido intenso gli corse dai capelli alle ginocchia. Ma la fanciulla a quel punto s’alzò di scatto e corse alle frasche mentre Lino rimase inginocchiato a guardarla. Lei sparì ingoiata dal freddo e il muto era ancora immobile e solo allora sentì gelare le ginocchia. Da allora lino passava gran parte delle giornate attorno a quel luogo, ma non rivide più la ragazza. Così spesso se ne saliva fino alla sua trempa ad osservare dall’alto lo scorrere del torrente e a sentire il vento sulla faccia. Un bel giorno che la neve s’andava sciogliendo e qualche uccello in più si vedeva nel cielo, vide passare dall’alto della sue rupe un monaco di Corazzo attraverso un viottolo a fianco del torrente. Non ne aveva veduto da parecchio così lontano dal monastero e senza bisaccia. Gli andò dietro incuriosito. Lo seguì fino alle baracche della “sua” ragazza. Qui il monaco incontrò un uomo, barbuto, nero e basso, e si fermò a parlare con lui. Lino li osservò celato dietro un grosso albero. Poi vide l’uomo voltarsi verso un pagliaio e subito dopo vide uscire “lei”: colpo al cuore! La ragazza s’avvicinò al monaco e gli sorrise. In quell’istante il muto ricordò il volto del monaco: era lo stesso che aveva veduto uscire da dietro il cespuglio vicino al monastero il giorno che s’era sposata sua sorella, dallo stesso cespuglio da cui era uscita lei. Sentì il suo petto sgonfiarsi e le mani farsi improvvisamente pesanti, si sentì inchiodato a terra. A fatica abbassò la testa e s’incamminò sul ritorno lento. Camminava piano piano, ad ogni passo spalancava la bocca come volesse urlare. Tornò sulla trempa e si coricò a pancia in giù sulla fredda pietra. Lì fu trovato senza vita da due viaggiatori sconosciuti pochi giorni dopo.FORCINA A sera tornavano i boscaioli alle misere case del paese. Avevano tagliato i pini che i baroni vendevano come fossero loro, come se quell’immensa selva gli appartenesse per decreti divini. A chi sudava e si spaccava la schiena bastava dare il necessario per tenerlo in vita : se non bastava, allora, erano fucilate! I baroni usavano veri e propri eserciti prezzolati, costituiti da gente d’ogni risma e senza scrupoli, pronta a uccidere per un pezzo di pane nero. Avevano ereditato fondi vastissimi delle foreste silane dai loro padri, i famelici usurpatori. Ed essi stessi perpetuavano con la violenza le loro pratiche di appropriazione e di difesa delle terre. Una di quelle sere, in Maggio, faceva ritorno a Castagna, discendendo dalle colline con l’asino e i due suoi figli maggiori, Aloisio. Era costui un boscaiolo esperto, molto ricercato, che guadagnava con il suo lavoro qualcosa in più della mera sopravvivenza, anche se in realtà era testardo e indolente, appariva solo taciturno e disponibile agli occhi superficiali e cinici degli sgherri dei potenti. Non era del tutto buio, anche se il sole era tramontato da un pezzo, quando nell’ultima vallata, appena prima che si stringesse in una umida gola, quando proprio poco mancava ormai alle prime case, l’asino ebbe un’impennata e scaraventò a terra Cesco, il minore dei figli del boscaiolo. Aloisio fu svelto: agguantò con le mani le redini e il ciuco chinò il capo mentre Pasquale, il maggiore, aiutava il fratello a rialzarsi. A terra, con la testa su uno dei due sentieri che da lì si biforcavano e col corpo disteso quasi a strapiombo, v’era un uomo esanime con una grande rosa rossa sul petto. Aloisio lo guardò e s’avvicinò fino a toccarlo: nella penombra non si videro le sue lacrime, restò un attimo immobile, era morto con un trombone fra le gambe. “Dovremmo fare una fossa, ma questa via è oramai troppo frequentata” Disse ai suoi figli il boscaiolo guardandosi intorno al
chiarore lunare. “Andiamocene papà”. Disse Cesco ancora dolorante per la caduta e impaurito. E così fu. Il mattino dopo di buon’ora i tre ripartirono con le asce levigate e una vanga. Risalirono la stretta via fino alla cresta del colle e ridiscesero dall’altra parte verso la fontana del pecoraio, da lì costeggiarono il colle verso nord, nella direzione d’ogni giorno. Alla biforcazione dei sentieri rividero il corpo alla luce dell’aurora. Aloisio non impiegò molto tempo a scavare una fossa e quel corpo gelido vi fu deposto delicatamente dai due figli. “Che ne facciamo di questo? “ Disse Pasquale indicando il trombone e pensando di portarlo via con sé. “ Metteteglielo sul petto” Sentenziò Aloisio. Si pensò a una croce ma in quel posto non v’erano alberi così si segnarono la fronte e ripartirono. Il boscaiolo sapeva bene chi fosse l’uomo appena sepolto ma disse semplicemente: “Un brigante!” E allungò il passo pesantemente silenzioso. Come avrebbe potuto spiegare ai ragazzi se anche per lui era difficile capire quei tempi, quante specie di briganti esistevano? Da pochi giorni erano passati da quei luoghi uomini armati fino ai denti su cavalli maestosi guidati da una specie di vescovo che si dicevano anche loro briganti, per cui era meglio, pensò, tacere di queste cose. A Napoli, correva voce, e correva soprattutto sulle labbra sudate dei baroni insolitamente nervosi, che qualcuno avesse fatto “La Repubblica”: e che era? Chissà cosa ne sarà del mondo! E il sole s’alzava piano alla sua destra come ad allontanare quei pensieri, ma mentre i ragazzi si trastullavano giocando con l’acqua di una sorgente egli li osservava pensando: - Ma che mondo sarà se anche i vescovi o i papi si metteranno a sparare?- Ma più che il sole fu l’odore della resina a cancellare dalla testa di Aloisio ciò che non capiva. Don Paolo giunse con due accompagnatori a piedi mentre lui se ne stava in groppa ad un mulo fumando. “ Loì “ Disse. Oggi ti porterai a casa una sarma di frasche e te la conserverai per l’inverno”. Aspettava un grazie di sottomissione ma sentì su di sé solamente uno sguardo lungo e impenetrabile. Ebbe quasi un brivido, ma sapeva di essere troppo più in alto del boscaiolo per accorgersene davvero e così passò oltre lasciando dietro sé un velenoso odore di tabacco che galleggiò sporco nell’aria oramai arida del giorno. I ragazzi pensarono di far bene ad ammucchiare presto le frasche per caricarle sull’asino in attesa della sera. Ma quel giorno il loro padre non attese che il sole calasse troppo per andar via e alle domande incuriosite dei figli Aloisio rispose che doveva vedere una persona nei pressi dei “Mantiani”. Così s’incamminarono che era giorno pieno e con l’asino traballante per i legni. Una baracca dai fianchi affumicati quasi nascosta in una valle vicino ad un enorme frassino apparve come desolata, triste e cadente. Aloisio non si turbò, s’avvicinò all’uscio e disse: -Pasquà scarica l’asino. - E fischiettò. Apparve una vecchia donna minuta, curva e sorridente. “T’ho portato un po’ di legna, sei sola? Ciccuzzu non c’è?” Disse il boscaiolo celando nella testa abbassata il rossore degli occhi. “ No, è quasi un mese che non lo vedo” Rispose la donna dondolando malinconicamente. E Aloisio recuperando coraggio: “Ah non è ancora tornato? L’ho visto qualche giorno fa e mi ha detto che doveva andare in paese per una “imbasciata” e poi sarebbe venuto da te.” “Meno male, allora vuol dire che arriverà con qualche “vurracchia”. I tre stettero giusto il tempo di sistemare la legna e se ne partirono. “Tatà chi è quella vecchia? Perché le frasche le abbiamo date a lei?” - E’ una cugina di mio padre ed è sola, ha due figli maschi che ora non ci sono e due femmine sposate che abitano nelle marine e che vengono ogni tanto a trovarla”. - E i maschi dove sono? E il marito? - “Suo marito è morto ammazzato che i figli erano piccoli e non avendo da mangiare uno si è fatto monaco e non si è più visto, l’altro...l’altro si è “Buttato bandito...dài salta sull’asino.” Era quasi il tramonto quando giunsero a casa. Mariangela li vide tornare così presto che pensò fosse successo qualcosa. “ Siamo passati da zia Rosina e le abbiamo portato un po’ di legna...” disse Aloisio cogliendo le domande non poste di sua moglie. Il giorno dopo sulle strade della Sila vi furono inconsueti e concitati movimenti di uomini a cavallo con strane divise. “Questi devono essere i “Frangesi” - Pensò Aloisio che cercava di carpire qualcosa al mondo. Poi verso Piscitello incontrarono un monaco con una bisaccia sulle spalle che non mostrava timore d’attraversare quei sentieri tanto aspri. “ Facciamo un po’ di cammino insieme?” I ragazzi furono entusiasti dell’eccitante novità e tempestarono il religioso di domande. “ Sono frate Carmine, sto fuggendo da Corazzo, cerco di arrivare a San Giovanni in Fiore, i Giacobini ci uccideranno tutti, Padre Carbone non l’ha capito che fra poco a Corazzo non resteranno neppure le mura, i sovversivi della Rivoluzione distruggeranno tutto...l’Apocalisse...”. Sulla Mandriagrande si fermarono i boscaioli e il monaco continuò la sua via crucis. Ma d’improvviso si popolò la grande foresta: da ogni sentiero sbucavano straccioni urlando, pecorai e servi, tagliaboschi e vaccari, tutti urlavano insieme mentre le pecore “s’ammuntonavano” e le asce tacevano. Che succede ora? E uno di quella schiera variopinta, uno giovane con la barba, uno che non sembrava né un pecoraio né un boscaiolo, urlò ad Aloisio e ai suoi figli: “Basta con i tiranni, basta con i preti, la terra è di chi la lavora! Questa è la Rivoluzione: Robespierre, libertà, uguaglianza, repubblica. W i Francesi! A morte gli usurpatori” . E l’urlo pareva venire direttamente dal cuore. Aloisio s’infervorò come se avesse di colpo trovato quello che cercava da una vita, urlò anche lui e si disse pronto a seguire quegli uomini fino a Cosenza, ma poi pensò ai suoi due figli e alla moglie e si ritrasse, ma Pasquale era già nel mucchio, in mezzo al clamore e alla gioia rivoluzionaria e gli sorse una lacrima negli occhi: - Anche mio figlio farà nuovo il mondo - Pensò felice e, osservata la schiera scomparire cantando oltre lo smeraldo dei colli, con Cesco riprese la via di casa. Decise di ripassare ancora dalla vecchia zia. La baracca apparve diversa, forse il sole di quel giorno così nuovo, forse un saio intravisto: davanti alla porta c’era davvero un monaco, lo guardò: era lui, il vecchio cugino che non vedeva da anni, si abbracciarono. Ma dentro, dentro la baracca la zia Rosina stava distesa sulla paglia: “ Nipote mio sto morendo di contentezza, è tornato Pietro, è un santo...chissà dov’è Ciccuzzu? “ “ Zia, l’ho visto due ore fa: era alla Mandriagrande che cantava felice con altri uomini perché questo mondo sta cambiando...domani torna a casa, me lo ha detto...” “Vieni che ti abbraccio... Ma il tuo figlio grande dov’è? “ “ E’ anche lui con Ciccuzzu, è rimasto lì, verranno insieme domani...” “ Sono contenta di morire allora” E chiuse gli occhi mentre frate Pietro recitava il rosario tenendole la mano. La coprirono con una vecchia coperta di fringi. Poi Aloisio confidò al monaco la verità sul fratello: - E’ stato ammazzato, l’ho trovato io poche sere fa, l’ho sepolto, ma non c’è una croce...- “ Dove?” Chiese Pietro. E Cesco, che da allora divenne adulto: “ E’ là, vicino al paese, dove il cavone si biforca, sopra il cavone della forcina”.
PISCIAROTTO Un giorno un gruppo di bambini della Trempa della Castagna, figli e nipoti di pecorai, approfittando della contemporanea disattenzione di alcune mamme che si scambiavano insulti sull’aia, s’ allontanarono verso il bosco seguendo l’istinto e senza curarsi dell’asprezza del luogo. Quando furono sul crinale e gli alberi erano più radi, sedettero stanchi. Nel frattempo le donne avevano scaricato le parole, tutte le parole che conoscevano e s’approntarono ognuna al proprio ricetto. Le parole rimaste in loro furono solo i nomi dei figli che echeggiarono quasi all’unisono nell’ aria calda. Furono guardati i crepacci, i cespugli e ogni filo d’erba. Le donne dimenticarono gli insulti reciproci e ogni mala parola fu spesa solo per se stesse. I bambini intanto avevano deciso di tornare, ma sbagliarono direzione e si diressero verso l’altro versante. Il sole era alto e vibrante. Le donne, insieme, salirono a ventaglio verso il colle: qualcuna fu certa di aver trovato le tracce del passaggio dei bricconcelli e le altre le credettero e la seguirono. I bambini non capivano dove fossero, ma sentivano la frescura riposante del luogo e non pensarono ad altro più: più calavano più erano felici! Un rumore forte e invitante saliva dal fondo verso di loro. Si strinsero felici e puntarono senza scrupoli in quella direzione. Le mamme frattanto avevano raggiunto ansimanti la sommità della collina e diedero il via ad un crescendo di grida senza precedenti. Gli echi potenti delle loro voci si mischiarono ai suoni che provenivano dal fondo e i bambini furono stretti in melodie raccapriccianti e suggestive, fluttuarono ammagati nell’equilibrio sonoro per un lunghissimo attimo, poi si lanciarono giù. Tra erbe rigogliosissime e verdi di umidi fili camminavano sprofondando i piedi dentro la terra molle finchè il tuono ululante ebbe un volto: cascata d’acqua limpida precipitava con mormorio fragoroso da una balza lanciando veli freschi intorno, i bambini sentirono sui visi carezze incantate. Nel frattempo giunse sul colle un uomo che aggredì verbalmente le donne con urla e bestemmie, poi si lanciò nella valle senza remore. Alcune donne provarono timidamente a seguirlo, ma dopo pochi metri, temendo l’ignoto del luogo, tornarono indietro. L’uomo procedeva a passi lunghi tra le felci immense e le siepi di rovi in quel luogo stranamente privo di alberi ma denso di cespugli d’ogni genere. Talora si fermava e urlava dei nomi, ma anche lui dopo un po’ cominciò a sentire una specie di rombo monotono e cupo. Ebbe un attimo di esitazione, ma subito, stringendo l’amica ascia alla cintura, riprese a camminare. Il rumore si faceva più intenso man mano che scendeva e anche i cespugli diradavano: solo ampie radure, distese d’erba umida e verdissima gli si paravano davanti. Si fermò un attimo e tese l’orecchio. Come a scalfire quel marmoreo, continuo suono, percepì l’acuto di una voce infantile. Scordò la fatica dell’andare: con le mani spostava l’erba e non dava segno di temere le ortiche giganti che gli si schiacciavano sulle dita, che gli sfioravano le tempie. Le acute voci infantili furono più nitide ed egli emise un sospiro profondo. Davanti a lui il gruppo di bambini seduti ridenti che battevano le mani al coro della caduta maestosa dell’acqua, al rigoglio delle pozze, alle gocce aeree che schizzavano sui loro piccoli visi. L’uomo rimase attonito per un momento, poi si asciugò il sudore e andò vicino ai bambini lentamente. Essi se lo videro davanti all’improvviso come un corpo estraneo che turbava un’atmosfera ammaliante. - Adesso ci porti a casa? - Disse il più grande di loro. E lui: “ A calci in culo! “ Ma li portò uno per volta in braccio alle donne che si muovevano nervosamente ormai nei dintorni. Il sole non era più tanto caldo, ma il sudore dell’uomo colava come un ruscello sopra le sue tempie, eppure lasciò i bambini alle donne e ritornò giù da dove era salito. Esplorò con attenzione il terreno, osservò i mille tipi d’erba che costellavano il luogo, toccò i radi, giganteschi alberi che si slanciavano verso l’azzurro e la loro molle corteccia, ma cercò con gli occhi la folle caduta d’acqua e pensò che quello poteva essere un paradiso per le sue pecore. Bisognava strappare via le erbacce, costruire una via agevole da percorrere e lavorare di zappone. Se ne tornò al tramonto verso le casupole del villaggio con dei progetti e pensava : “Questo pisciarotto d’acqua mi darà molte soddisfazioni”.
LA LUSTRA
Il ciliegio, vecchio e possente, si vedeva da lontano per il rosso vivo dei succulenti frutti. Il ragazzo, sfuggito al giro degli occhi del padre, giunse ansimando sotto i suoi rami. L’imbroccatura era però protetta da fasci di rovi e il ragazzo rimase deluso e scoraggiato. Suo padre lo riebbe presto nel giro del suo sguardo e lo raggiunse in silenzio, quasi di nascosto, cauto come un gatto. Appena gli fu vicino e vide i suoi occhi umidi davanti all’ostacolo spinoso che gli impediva di arrampicarsi a quei frutti splendidi ebbe un moto di compassione e di rabbia: era suo figlio! Restò per un attimo indeciso sul da farsi tra l’affermazione della sua autorità e la rabbia del dolore per la tristezza visibile del ragazzo da esprimere con un parola buona e si bloccò dietro le felci. Poi pensò che fosse un buon compromesso dire: “che fai qui?” Papà avevo fame...” E quella parola fece il giro dell’aria prima di piantarsi come un palo davanti ai piedi dell’uomo. Saverio abitava, con i figli e la moglie, nel pagliaio, poche decine di metri più a valle della grande casa del padrone. Quando le pecore furono già negli stazzi e il sole era già tramontato, egli affilava i denti su dure scorze di pane e pensava alla dispensa della grande casa, ai “salatori” di grasso con le salsicce conservate dentro, ai capicolli e ai prosciutti che pendevano dalle travi. Talvolta capitava che anche lui entrasse in quelle stanze per qualche “imbasciata” e si riempiva gli occhi di gioia: solo gli occhi! Quella sera non gli riusciva di prender sonno nonostante la stanchezza accumulata e uscì nel prato davanti al pagliaio. La luna era giovane e chiara e invitava a respirare la serata. Dalle finestre del castello s’irradiava un alone di fioca luminosità e, a tender l’orecchio, si udivano voci e risate. Saverio fu spinto ad avvicinarsi, ma con cautela: sapeva di alcuni cani poco disposti a fraternizzare, e quando giunse nei pressi, seminascosto da un grande melo, si fermò e le voci divennero più nitide, ma la sua attenzione fu attratta da una lucina intermittente che si intravedeva da una finestrella bassa sul muro, una lucina che si muoveva fulminea: appariva e spariva. S’incuriosì, si incollò al fusto del grande melo e attese. Dei cani nemmeno l’odore! Dopo un po’ sentì un cigolio come di una porta che si aprisse. Allungò il collo e vide due figure venire fuori da una porticina a filo d’erba. Fu invaso dall’odore della “deda” bruciata appena uno dei due soffiò sulla lucina. Ma il chiarore lustro di quella sera bastò a vedere i visi delle due persone e i prosciutti che stringevano sul petto. “Cazzoni”. Pensò Saverio - “Io avrei portato un sacco!” Ma poi si disse : “Forse questi due non posseggono neppure scarpe per camminare”. A quel punto udì un timido latrare e fuggì verso il suo ricetto. Dai pressi del suo pagliaio gettò uno sguardo ancora alla grande casa e vide le luci spegnersi e tutto tacque nell’alone lunare. Il mattino seguente partì con il gregge verso i pascoli d’altura passando proprio davanti la casa del padrone. Osservò con attenzione ma non notò nulla di strano, neanche i cani del gregge diedero particolari impressioni. Intorno al mezzodì il figlio del padrone, un ometto mezzo calvo, nonostante l’età giovane, assieme ad un “caporale” curvo sotto il nero berretto lacero, lo raggiunse. - Savè - intimò - vieni con me a casa che mio padre ti vuole parlare che qui alle pecore rimane Totò .- E s’avviarono verso valle. Il figlio del padrone marciava muto e austero, Saverio lo seguiva passo passo pensoso, pensando le cose più strane e proprio oggi che suo figlio Alfredo non era con lui. Il padrone stava seduto come sempre sulla veranda impugnando il fedele bastone come una sciabola e l’eterno largo cappello in testa. - Savè sali che la strada la sai...- Il pesante portone era socchiuso, l’uomo lo spinse con delicata reverenza e prese la lunga scala di gradini di pietra quasi chinandosi all’aria che respirava. Camminò lesto sul corridoio fino al balcone dove con gesto servile si tolse il cappuccio di lana incollato sulla testa sudata e ossequiò don Bruno. - Siediti Savè - disse il vecchio indicando uno sgabello. “ Don Brù comandate...” - Tu sei molto tempo che stai con me, sei un lavoratore serio e rispettoso, sai qual è il tuo posto... Certo qualche marachella anche tu l’hai combinata, ma sei troppo furbo per rischiare inutilmente...Ma i tuoi figli? Sono come te? Quel Micheluzzo, per esempio, che se ne va in giro giorno e notte... E Mariano? Dov’è Mariano? Che è un bel po’ che non lo vedo. E Alfredo perché oggi non è con te? “ Barù che volete da me?”. Interruppe implorante Saverio. - Ti voglio offrire un altro lavoro, più importante, più di fiducia, voglio capire come sei fatto davvero...- “E cosa devo fare?” - Da domani lavorerai qui, in casa, e attorno alla casa di notte: farai la guardia, ogni cosa che manca l’addebiterò a te. Avrai il controllo della dispensa - “Ma le pecore...” - Tu ti devi preoccupare delle pecore solamente quando te lo dirò io, hai capito? Pecorarazzo! - Saverio abbassò la testa stringendo il suo cappuccio umido di sudore tra le mani, munse gli occhi e disse: “ Come volete voi don Brù”. Nella dispensa, un ‘ enorme cantina fredda e scura a cui s’accedeva da una botola, pendevano come manne pancette e soppressate, capicolli, prosciutti e catene di salsicce. L’uomo camminava con il naso rivolto all’insù e come un lampo piombò nella sua testa un’idea: -forse pensano che sia stato io a rubare ieri sera, o qualcuno dei miei figli: Micheluzzo? E vogliono mettermi alla prova. Ma con tutti questi salami come si sono accorti che ne manca uno? Ecco perché quegli uomini ne avevano uno solo: per fare in modo che il padrone non se ne accorgesse, ma lui se ne è accorto! C’è solo una spiegazione: li hanno contati e li ricontano ogni giorno. E ora vogliono incastrare me. E io ho fame - Poi un raggio di sole picchiò a terra e Saverio vide una finestrella e ad essa s’avvicinò ripensando ai due uomini della sera prima, la finestrella era inchiodata dall’interno! Riguardò i tesori penduli e ripensò: - Devo trovare il modo di abboffarmi...- Risalì dalla scala a pioli e uscì davanti alla casa. Don Bruno era proprio lì che carezzava i cani e parlava con un tale che rideva a crepapelle, ma appena lo scorse : - Oh Savè hai visto quanta roba? Questo è adesso il tuo lavoro, controllerai le mura del palazzo di notte.- “ Don Brù ma ci sono i cani...” - Per certa gente ci vorrebbero i lupi! - E l’ospite rise forte voltandosi verso Saverio. Quel volto...”Ma è lui l’uomo del prosciutto” Si disse Saverio sgranando gli occhi. ”Che bella sagoma d’amico! E ridono di me? Forse mi vogliono fare qualche scherzo!” Qualche giorno dopo, mentre Saverio teneva il cervello in moto, il figlio del barone scese nella dispensa. “Savè, aiutami a contare” Disse sussiegoso. Saverio, il cui cervello oramai era surriscaldato, sorrise. -sapevo che li avevano contati, questo mezzo uomo è più stupido dei cani di suo padre. -Pensò. “ Allora , cominciò don Peppino, era questo il nome del baroncino: prosciutti, salate, capicolli, soppressate e salatori con dentro le salsicce per mantenerle fresche nel lardo, bello il lardo, liscio liscio . Ma Savè queste cose tu non le puoi toccare, le puoi mangiare solo con gli occhi, ih! Ih! “ E rideva con la matita in bocca e continuava cattivamente: “ Le puoi mangiare solo se noi, noi, continuiamo a vederle. E’ possibile? Bravo Savè, tutto a posto,” e rideva con il quaderno in mano. Quando don Peppino se ne fu salito il cervello di Saverio cominciò a elaborare le parole del baroncino: - le puoi mangiare solo se noi continuiamo a vederle. Certo... pensò Saverio - mangerò le carne delle soppressate e riempirò il “sacco” di terra rossa. No non è possibile! Ma il cervello era in moto. E gli occhi si posarono sui salatori di grasso: bello il lardo, liscio liscio, e vi infilò un dito e toccò le salsicce fresche là immerse. E vide la soluzione in un attimo. Il giorno dopo portò con sé una pietra ferrigna raccolta sulla riva della fiumara e un cucchiaio di legno che lui stesso aveva fatto nelle lunghe ore sui pascoli. Prese un “salatoro” e lo adagiò lateralmente, colpì con la pietra il fondo fino a rompere il coccio e dal foro infilò il cucchiaio e tirò giù lardo e qualche pezzo di salsiccia che divorò. Rimise in piedi il recipiente e tutto sembrò come prima: bello il grasso, liscio liscio....Passò il tempo e don Bruno convinto ormai che l’uomo non avrebbe mai toccato nulla delle sue leccornie lo rimandò alle pecore. Una sera sul tardi Saverio che non prendeva sonno, e la luna era luminosa, e camminava sul prato, vide i due uomini dell’altra volta armeggiare attorno alla finestrella. Il suo cervello era diventato un vero motore. Quando si accorse che non ce la facevano ad entrare, ebbe un’idea. La mattina del giorno dopo andò da don Bruno e gli disse di aver visto due uomini al chiarore lunare entrare nella dispensa e uscire con due salatori di grasso e ridendo dicevano che sarebbero ritornati con un sacco marinise l’indemani. Il barone in persona la sera successiva s’appostò con Saverio e i suoi figli armati di bastone, sotto l’ombra del ciliegio. La lustra della luna rese chiari i profili dei due uomini che si dirigevano verso la finestrella con un pezzo di ferro. Aprirono ed entrarono. Fuori don Bruno disse: O luna allustra questi farabutti di modo che in questa lustra ci restino! Quando i due uscirono con il solito prosciutto, furono presi dolorosamente a legnate e don Bruno riconobbe il suo pari don Pasquale che rubava come un morto di fame. “ Pure il lardo ti sei rubato, pure il lardo... Da quel giorno, o meglio, da quella notte lunare il posto si chiamò Lustra e Saverio divenne il caporale.
LA MONTAGNA DELLA LUNA
Ogni mattina, presto, prestissimo, Cinghil guardava il cerchio rosso perfetto alzarsi da dietro la montagna lento e maestoso e lo fissava finchè gli occhi glielo consentivano, poi si nascondeva dietro le robuste foglie di fico del suo disordinato orto, dove già le gallinelle e i pollastri d’ogni razza setacciavano la terra nera. L’acqua ai colombi era già fresca dentro i canaletti di cemento che egli stesso aveva costruito. Il grugnire dei maiali lo infastidiva, odiava quelle bestie e stringeva al petto solo i suoi piccoli, morbidi criceti che anteponeva nel cuore agli stessi conigli, quegli animali per cui era famoso, e che addirittura, talora, minacciava con bastoni o acchiappava per la coda lasciandoli cadere a testa in giù senza pietà. Cinghil fumava lunghe sigarette senza filtro, per non sprecare nulla, a volte, infilzava i mozziconi con un ago e l’ultimo millimetro lo faceva consumare soffiandoci sopra fino al completo incenerimento. Quella mattina, mentre il silenzio dell’alba stava rompendosi, il sole non ne voleva sapere d’alzarsi. “Mi costringeranno a comprare un orologio!” Pensò. E già la pelle cerea del suo polso fu scossa da brividi. Poi un odore di bruciato gli entrò nel naso e capì che il fumo d’un lontano fuoco mattutino e strano copriva la palla rossa. Intanto i rumori del giorno cominciavano pian piano a sentirsi, come le fischiate complici di qualcuno dei suoi ragazzi che lo chiamavano da dietro il cancello incatenato al muro. - Chi sarà a quest’ora? Sono tutti a scuola! - Tutti meno uno: Francesco era lì, dietro il cancello con i suoi calzettoni lunghi sulle ginocchia, i suoi pantaloni corti e la scrima unta mentre dalla mano sinistra pendeva una cartella consunta. “ Qua non puoi stare” gli disse Cinghil - se viene mia mamma... - Egli aveva un timore sacro di sua madre: avrebbero potuto dirgli o fargli tutto , ma non parlare di sua madre. - E adesso dove lo nasconderò? - Poi però lo fece entrare e lo sistemò dietro la porta, tra il muro e la gabbia dei conigli. Poi lui cercò un posto da cui poter osservare da dove venisse il fumo e non trovò di meglio che montare su un ceppo di quercia che stava lì davanti da tempo immemorabile. E vide dal bosco di fronte salire compatta una nuvola nera. Ridiscese e restò pensieroso guardandosi le scarpe. Si ricordò di Francesco e lo trovò immobile e spaurito nell’angolo dove lo aveva lasciato. Gli diede una sigaretta dicendo: “Queste sono buone, vengono dalla Francia! “ E il ragazzo dopo un tiro a quelle Gauloises non si trattenne dalla tosse che Cinghil fu costretto a riprendergli la sigaretta e a pensare: -Ma questo è un bambino, che cosa posso fargli fare? Lo porterò con me a “Pietrogiovanni” e lo terrò fino a mezzogiorno a riempire “vumbue” e “Varrili”, questo saprà farlo nonostante la sua faccia da imbranato! Ma quando furono sopra i massi pietrosi che sovrastavano la sorgente Francesco parve mutare aspetto, estrasse una “Muratti ambassador” con doppio filtro: bianco e nero, e intimò a Cinghil sorpreso: “Fammi accendere!” - E questa dove l’hai presa? - “ Me l’ha data Federico dell’avvocato che l’ha rubata al fratello assieme ad una “Senior service”, lui la sua l’ha già fumata, io l’ho conservata per oggi, per questo non sono andato a scuola!” - Va bene, prima fumi e dopo prendi l’acqua, così ce ne andiamo da qui.- Così dicendo gli occhi di Cinghil salirono sulla montagna di fronte, che era quella che vedeva da casa sua, ma da quaggiù pareva toccasse davvero il cielo con quei colori cangianti d’autunno. E dal cielo, da dietro il fumo ormai diradato apparve rosso il sole, rosso e rotondissimo. Ebbe quasi paura, non l’aveva mai visto così grande che sembrava vicino. Prese Francesco per un braccio e disse: - Adesso andiamo, non vorrei che Pasquale Pirano passasse da qui ora e ti vedesse - E mentre andavano ricordò che a volte, anche in Novembre, resiste l’uva. La vigna del medico era lì, di fronte a loro, magari adesso il veleno che quell’individuo aveva spruzzato sugli acini era volatilizzato o lavato dalle piogge e infilò Francesco sotto il filo spinato. Il ragazzo eccitato dall’avventura non fece caso ai cardi scheletriti che gli graffiavano le mani e le gambe e in un attimo rotolò nella vigna. Staccò grappoli e ritornò da Cinghil. Mangiarono voracemente l’uva e andarono via. Poco dopo Cinghil si rivolse al ragazzo con aria paterna: - Bèh! Adesso l’avventura è finita, vai a casa e dici a tua madre che siete usciti prima da scuola perché è morta la zia del professore di Catanzaro e se ne è dovuto andare per il funerale..! Francesco si convinse e sparì senza una parola oltre il cancello di legno. Così solo Cinghil gettò lo sguardo verso il sole, ma ora non lo poteva guardare. Accese una sigaretta e s’appoggiò con i gomiti sulla gabbia dei conigli: c’era Bianchina che diventava grande a vista d’occhio, c’erano i gemellini, unici vivi di una figliata di otto, che saettavano da un angolo all’altro e c’era “Pullitru” un gigante! Poi passò in rassegna i colombi: alcuni piccioni appena “volantini” saltellavano sulla siepe, lui li spingeva pizzicandogli la coda, altri “rugliavano”, segno che erano pronti all’amore...insomma in età da sesso! Così contento Cinghil trascorse quella mattina. A mezzogiorno la madre lo chiamò al pranzo, ma in un baleno tornò alle sue creature. Nel primo pomeriggio, dopo la scuola, ad uno ad uno, cominciarono ad arrivare i suoi “allievi”, mancava solo Francesco Tenefui, forse il dritto padre non aveva bevuto la storia del funerale e Cinghil si fece una risatina! Gli altri ragazzi furono subito investiti dei soliti compiti: chi a tagliar l’erba per i conigli, chi a portar acqua ai colombi, chi a contare tutte le bestie, chi a vedere se in giro nel paese qualche operaio avesse “scordato” qualche tavola nel cantiere... Oramai l’autunno era inoltrato e di frutti non ce n’erano quasi più, perciò la squadra addetta alle “visite” negli orti veniva utilizzata per andare a comprare le sigarette “Stop” e i panini con la mortadella tagliata grossa, o, al limite, di guardare bene se nel paese ci fosse qualche gallinella smarrita.... Quando cominciò a far buio i ragazzi tornarono alle proprie case sudati e soddisfatti della giornata sociale. Cinghil, dopo cena, usciva per il paese e si fermava per ripararsi dal freddo, non portava giacche, nelle bettole : unici luoghi d’incontro. Qui cominciava con il bere una birra, poi entrava inevitabilmente qualche tipo strano, tutti i tipi strani erano ovviamente suoi amici, e le birre divenivano due, quattro, ecc. ecc. Poi s’arrabbiava e urlava che non beveva alcolici, solo brandy! A quel punto veniva sistematicamente scaricato dagli “amici” occasionali, rimanevano attorno a lui che scalciava come un mulo, coloro che lui diceva di disprezzare perché non bevevano e che poi di forza lo trascinavano letteralmente a casa, staccandolo dai muri a cui s’aggrappava tenacemente perché il pensiero della vecchia madre che lo attendeva insonne diventava insopportabile. Ma quella fredda notte di novembre non |